Baccara, Luisa: lettere autografe firmate

Prezzo: disponibile a richiesta
Autore: Baccara, Luisa
Titolo: lettera autografa
Data: 1934

(D’AnnunzioPirandello) Baccara, Luisa: 2 lunghe lettere autografe firmate indirizzate ad Antonio Bruers, letterato e studioso italiano di filosofia, segretario della fondazione “Il Vittoriale degli Italiani”, a proposito dei rapporti fra D’Annunzio e Pirandello e, in modo particolare, della messa in scena curata da Pirandello dell’opera dannunziana La figlia di Iorio. Assieme alle lettere della Baccara vi è anche la minuta autografa dell’ottobre del 1934 di una lettera di Bruers, e la copia dattiloscritta su carta velina di una lettera di D’Annunzio a Pirandello.

a) D’Annunzio, Gabriele: lettera dattiloscritta con firma in copia, e due correzioni manoscritte, indirizzata a Luigi Pirandello: una pagina (28 x 22cm.) datata 9 settembre 1934. (…) Sono molto contento che in tanta lontananza tu mi dia d’improvviso questa prova fraterna, nell’allestire e inspirare una nuova rappresentazione della Figlia di Iorio, che non è se non una grande canzone popolare per dialoghi. E non serbi tuttora nell’orecchio gli accenti e le cadenze delle stupende canzoni di Sicilia? Dico che nessuno saprà intonare il verso del mio dramma come tu solo saprai e insegnerai agli attori. Anche penso che tu vorrai ridurre l’allestimento scenico a pochi rilievi essenziali, a una semplicità potente accordata con le forze ignude del contrasto scenico. Ho chiesto ad Antonio Bruers s’io possa attendermi una visita in questo Vittoriale, ove talvolta fosti atteso invano. Gioverebbe ad entrambi un colloquio quasi direi tecnico, poiché tu sei “o teknikos” come io sono. Ti offro un bel sasso da porre sulle tue carte scritte, con un bellissimo rilievo dell’animaliere parmense Renato Brozzi. Ti prego di abbracciare per me, con l’affetto e l’ammirazione ch’egli conosce, il grande nostro Guglielmo Marconi (…)

b) Bruers, Antonio: minuta autografa di lettera indirizzata a Luisa Baccara: mezza pagina (29,5 x 21 cm.) senza data ma ottobre 1934. (…) Ho dimenticato di dirle che il totale silenzio del Comandante verso Pirandello dopo la rappresentazione può essere stato interpretato come una riprovazione. Di una cosa sono assoluto testimone: la totale dedizione di Pirandello verso il capolavoro del Comandante. Egli ha capito, operato e quasi direi sofferto. Credo che moralmente una parola a lui del Comandante sarebbe giusta. Veda Lei (…)

c) Baccara, Luisa: lettera autografa firmata di 3 pagine (28,5 x 23 cm.) su carta intestata con il motto “Piegandomi Lego”: senza data, ma ottobre 1934. (…) Non dispero di farle sapere qualche cosa di preciso per la Figlia di Iorio: ma il Comandante è chiuso in quella sua tana e finché non è passata la crisi non si può parlare di nulla. In quanto ella mi dice per Pirandello creda che il Comandante non ha nulla contro di lui ma anzi gli è grato che gli abbia potuto fare uno sforzo così considerevole. E poi gentile amico ella che conosce il Comandante sa di quanta nobiltà e generosità Egli sia capace e non bisogna mai dubitare di Lui né della sua amicizia. (…) Anche se non ha scritto un suo ringraziamento Egli ha già donato grandemente … a Pirandello indirizzandogli quelle due lettere. Appena saprò e per le scene e per il resto mi affretterò (…)

d) Baccara, Luisa: lettera autografa firmata di 3 pagine (28,5 x 23 cm.) su carta intestata “Piegandomi Lego”: senza data ma ottobre 1934. (…) Ho avuto la lettera del professore Leonardi al quale rispondo subito oggi; ebbi la sua ed il biglietto di … Marpicati. Spero che realmente abbiano sequestrato quel libro velenoso viscido villano di quello scrittore Aniante. Chi è costui? Pensi che ha avuto il coraggio di mandarlo al Comandante con la dedica. Ma ora mi sovviene che lo stesso deve aver fatto una commedia sul Comandante e la Duse; comunque sarebbe bene non circolasse nemmeno in Francia quel capolavoro! Per la Figlia di Iorio il Comandante avrebbe desiderato vedere Marta Abba e Pirandello; e gli hanno dato il premio Nobel; se uno lo meritava doveva essere il Comandante. Come stanno loro? (…) Iole fra non molto tempo tornerà … Quando conviene (…) mettere in ordine le carte del Comandante? Avrei fretta di farlo (…)

La figlia di Iorio fu rappresentata al teatro Argentina di Roma, il 10 ottobre 1934: la regia fu di Pirandello, le scene di Giorgio De Chirico.

Luisa Baccara era nata a Venezia il 14 gennaio 1892. Gabriele D’Annunzio la conobbe in casa di un’altra amante, se ne innamorò e decise di portarla con sé nell’impresa di Fiume. Era il 1919, Luisa aveva 27 anni, lui 56. Pianista di discreta fama e bravura, non bella, i capelli selvaggi solcati d’argento, il viso olivigno di piccola greca dell’Asia Minore, suonava il pianoforte con una grazia languida che incantò Gabriele, Vate e Comandante, ormai celebre in tutto il mondo per le sue imprese letterarie, amatorie, belliche: la sua ossatura era musicale come se l’avesse congegnata un bonissimo liutaio; sembrava talvolta che i suoni fossero dati dai suoi nervi tesi e non dalle corde percosse. Dotata di una semplicità piuttosto inusuale nell’harem di Gabriele, anche lei ebbe un battesimo (Smikrà, «graziosa piccina», in greco): la Baccara era soprattutto paziente. Fu la sua mitezza a colpire il seduttore, che l’età rendeva sensibile alle qualità del carattere più che a quelle estetiche, tanto che la donna sarà sua compagna fedele per il resto della vita, anche se mai ricambiata con uguale fedeltà. A Fiume, il futurista pilota Guido Keller studiò con Giovanni Comisso un piano segreto per rapire la Baccara, sospettata di distrarre troppo l’amante. Keller e Comisso avevano progettato di ripristinare un’antica festa veneziana: il «Castello d’amore» consisteva nel fingere una battaglia, nel corso della quale avrebbero messo la pianista in una gabbia come una gallina, ricorda Comisso, per portarla in un’isola deserta. D’Annunzio forse intuì il progetto, e comunque giudicò la festa «troppo dannunziana», negando il permesso. Finita l’impresa fiumana, nel ‘21 Luisa lo seguì al Vittoriale, a Gardone Riviera. D’Annunzio, però, non aveva ancora intenzione di ritirarsi davvero. Da Luisa, Gabriele si faceva chiamare Ariel, il nome della sua giovinezza. Per tutto il ‘24 a Gardone si installò una giovane francese dai modi eleganti, che ricomparirà anche nei due anni successivi. Bella e dal corpo sinuoso, aveva vent’anni e si chiamava Angèle Lager, prima di essere rinominata Jouvence. Ma, a più di sessant’anni, Gabriele non sopportò la pretesa di esclusività di Jouvence, e quando la nuova arrivata gli chiese di liberarsi della Baccara, la mise alla porta. Al Vittoriale, Gabriele ospitò spesso anche la moglie, Maria Hardouin, con la quale non viveva da decenni. Forse per evitarle il contatto con la Baccara, che la indispettiva, dal 1929 Maria venne sistemata in una dépendance, Villa Romanelli, restaurata e ribattezzata Villa Mirabella. A partire dal ‘32 poté accedere anche agli anfratti più segreti della villa un’altoatesina di vent’anni, Emy, bionda e alta. Gabriele, che l’aveva reclutata come cameriera, cominciò presto a chiederle altri servizi, che la ragazza svolse con entusiasmo. L’ascendente di Emy crebbe a dismisura e in modo così repentino da suscitare l’ira della Baccara, e per un po’ la ragazza fu costretta a allontanarsi. Tornò, e rimase fin quasi alla morte di Gabriele. D’Annunzio era apertamente antitedesco, ed è stato avanzato il sospetto che Emy fosse una spia nazista, incaricata di minargli la salute con sesso e droga. Certo è che, morto D’Annunzio, Emy ricomparve al servizio di Joachim von Ribbentrop, ministro degli Esteri di Hitler, lo stesso che nel ‘44 piazzerà frau Beetz vicino a Galeazzo Ciano, con lo scopo di carpirgli i diari. L’harem di Gabriele aumentò con il sopraggiungere della vecchiaia: si sentiva libidinosissssssimo, e aumentò il viavai di badesse di passaggio, come le definì. A umiliare di più la Baccara, però, erano i giochi erotici di D’Annunzio con l’intraprendente tuttofare francese Aélis Mazoyer. I rapporti fra le due donne si erano inaciditi per la convivenza forzata. In molti casi, dietro i nomi rinascimentali scelti dall’Imaginifico, si celavano paesanotte lombarde dedite al meretricio. Per loro, Aélis e la Baccara non avevano rivalità. Aélis, anzi, aveva l’alto incarico di scegliere le prostitute, di informare le signorine più semplici sui gusti di Gabriele, addobbandole anche con adeguata biancheria intima. Di fronte a signore d’alto bordo, invece, l’invidia delle due si faceva nevrotica e incontrollata. Per placare la gelosia della Baccara, D’Annunzio le scrisse, il 6 maggio ‘23, lamentando che il sesso per lui era una infermità ereditaria, un orribile male: Ma non riesco a vincerlo. E, davanti alla mia anima, ho per giustificazione la ricerca dell’ignoto, del mistero che è in ogni creatura. Averne rivelato una parte, nei miei libri, non è il mio più alto pregio? In un appunto più tardo, e più vero, scriverà: I miei desideri sono come un gregge nel deserto che, per ingannare la loro fame, montano l’un su la groppa dell’altro e masticano la lana polverosa. Quando D’Annunzio morì, improvvisamente, a 75 anni, l’1 marzo ‘38, Luisa abbandonò la casa. Lei, di anni, ne aveva appena 46, e si distrasse soprattutto con i prediletti viaggi alle terme di tutta Italia: amava in particolare quelle di Acqui, dove c’è ancora una sala intitolata a suo nome. Morì a Venezia, ultranovantenne, nell’85: senza cedere a nessuna lusinga perché raccontasse la sua vita con Ariel o mostrasse i documenti di cui disponiamo oggi.

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