Monti Perticari, Costanza: lettere autografe

Autore: Monti Perticari, Costanza
Titolo: Lettere autografe
Data: 1824

Monti Perticari, Costanza: 2 lettere autografe firmate indirizzate al nobile uomo Paolo Costa a Bologna, che fu poeta, filosofo e letterato neoclassico e dunque antiromantico, ammiratore dei corregionali Vincenzo Monti e Pietro Giordani e sostenitore del purismo in letteratura e del sensismo di Étienne Bonnot de Condillac in filosofia. A proposito di Giulio Perticari e della pubblicazione di alcuni suoi scritti.

1) Fusignano 24 giugno (1824): 2 pagine (22 x 16 cm.). (…) Veroli vi ha detto male, o è stato male informato, se ha creduto ch’io volessi ristampare la cantica di Giulio come una delle migliori sue produzioni. Il giudizio ch’io ne formai fu: che quei versi chiudevano molte bellezze per l’altezza e la forza dei concetti, la libertà dei pensieri, e la purezza della lingua: ma che sentivano forse troppo della imitazione di Dante. Motivo per cui, se si fossero pubblicati, avrei desiderato che si accompagnassero d’una breve nota, la quale richiamasse alla mente del lettore le varie epoche degli scritti di Giulio, mostrando come poscia quel raro ingegno sciogliendosi di per se stesso da ogni scuola servile, salisse negli ultimi suoi anni, ed in brevissimo tempo ad una altezza ove pochi sicuramente in seguito potranno raggiungerlo. E che l’anima di moglie in questo non mi accecasse (…) La cantica dunque sarà tralasciata, e lo sarà pure il Pellegrino (…) ed invece si annetterà una nota la quale giustifichi Giulio intorno quelle due differenti produzioni già dal pubblico conosciute ambodue per sue, quantunque egli, non pago interamente della seconda, negasse sempre di porvi il suo nome. Nel tempo stesso si toccherà qualche storica verità intorno il discorso sopra la necessità di una Cattedra (…) Ho letto l’articolo di Orioli, e la vostra risposta (…) Ancora però non so persuadermi che una persona che si mostrava tanto vostra affezionata abbia così ad un tratto posto dietro le spalle ogni più santo dovere di amicizia per uan miserabile picca letteraria (…)

2) 7 luglio (1824): 2 pagine (21,5 x 16,5 cm.). (…) Da gran tempo io sto in aspettazione del vostro elogio scritto ad onore dell’amato mio Giulio; e voi mi siete tuttavia avaro di sì caro dono non so se per mio demerito, o se per colpa di quella rea fortuna, che non paga di avermi precipitata nel profondo d’ogni miseria, non cessa di contendermi tutto ciò che potrebbe riescirmi di qualche consolazione.  (…) La maschera di lui (Giulio) che mi chiedevate nell’ultima vostra mi è stata barbaramente negata. Ditemi però se il suo busto è stato eseguito, e come, e con quale riuscita (…) Qui vi è fisicamente giunta parte de’ manoscritti tanto sospirati; ma i migliori periscono nelle mani del Conte (…) Intanto io veglio giorno e notte a ricopiare, e a mettere in ordine le carte finora qui giunte; e quantunque la  mia salute sia quasi spenta del tutto e che i medici mi vietino ogni fatica al tavolino, sento che questa non mi grava punto (…)

monti-perticari-costanza-autografoNel 1811, superandone le iniziali resistenze, Costanza fu promessa in sposa al conte Giulio Perticari di Pesaro. Il marito e il cugino di lui, Francesco Cassi, presto la introdussero nella rinnovata vita culturale di Pesaro, in cui spiccò per bellezza, vivacità e cultura. Alle serate di musica, balli, sciarade e letture, si alternavano, con lei nella veste di regista, le rappresentazioni teatrali a Pesaro, Savignano, San Costanzo, nelle proprietà dei Perticari e dei Cassi, e a Caprile, nella villa del marchese Benedetto Mosca. I momenti mondani continuarono con il passaggio per Pesaro di Tommaso Sgricci, che turbò sentimentalmente Costanza, e, nel 1817, di Stendhal. La dimensione della vita pesarese, pur arricchita dagli studi e da intense amicizie come quella con Antaldo Antaldi, cozzava sempre più con la forte considerazione di se stessa maturata sul piano umano e professionale. Insoddisfatta, pertanto, della sua condizione e irritata per le critiche che i suoi comportamenti liberi suscitavano, riluttante ad andare a Milano a causa dei rapporti infelici con la madre, Costanza, attenta agli interessi culturali del marito, lo convinse a trasferirsi per qualche tempo a Roma. Fatta socia dell’Accademia Tiberina, di cui Giulio era stato eletto presidente, e dell’Arcadia, Costanza lasciò un segno profondo nei letterati amici del marito e cofondatori del Giornale arcadico (1819), Pietro Odescalchi, Salvatore Betti, Giuseppe Tambroni, e in artisti come Antonio Canova e Filippo Agricola, come documentano i successivi scambi epistolari. Alla morte di Perticari (26 giugno 1822), Cassi si impadronì dei suoi manoscritti, restituendone solo parte al fratello di Giulio, che non solo rifiutò di rimetterli nelle mani di Vincenzo, ma si appropriò anche di manoscritti e libri di Costanza imponendo un accordo predatorio sulla restituzione della dote. Inoltre, in risposta a un necrologio apparso nel Corriere delle Dame il 13 luglio 1822, in cui si ricordava Costanza come collaboratrice e compagna di Perticari, partì – per opera di Cassi e Cristoforo Ferri, forse innamorati respinti – una campagna denigratoria in cui la si metteva in cattiva luce, presentandola come traditrice e avvelenatrice del coniuge, diffondendo le accuse con un libello manoscritto in 258 copie. In difesa della denigrata Costanza intervenne Giacomo Tommasini che, da lei chiamato a un estremo consulto, pubblicò nel 1823 la Storia della malattia per la quale morì il conte G. Perticari, attestando che la causa della morte era dovuta a un’infiammazione di fegato degenerata in cancro. Pur di riavere i manoscritti di Giulio, che il fratello Gordiano avrebbe voluto vendere, padre e figlia si impegnarono affinché questi potesse usufruire degli eventuali proventi di pubblicazione. Ancora desiderosa di contatti intellettuali e tuttavia tentata di rinchiudersi in convento o di ritirarsi in campagna, Costanza continuò a opporre a tali voci l’immagine di vedova preoccupata solo della memoria e della gloria del marito e gli oggettivi problemi di salute ed economici. Nel 1823 Vincenzo, con scrittura testamentaria, assegnò alla figlia l’amministrazione delle terre conferitele in dote e nella primavera del 1824 la inviò in Romagna a seguire gli ormai compromessi affari di famiglia.

Richiedi Maggiori info

Il tuo nome (richiesto)

La tua email (richiesto)

Telefono

Il tuo messaggio

Domanda di sicurezza, scrivi il risultato:

Questa voce è stata pubblicata in Letteratura. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

I commenti sono stati chiusi.