Pascoli, Giovanni: Lettera autografa firmata

Autore: Pascoli, Giovanni
Titolo: Lettera autografa firmata
Data: 1901

Pascoli, Giovanni: Lettera autografa firmata di 2 pagine e mezzo (18 x 11 cm.) indirizzata a Giacomo Barzellotti, storico della filosofia: Messina 18 settembre 1901. Dal 1898 al 1902 Giovanni Pascoli insegna Letteratura latina all’Università di Messina: quattro anni importanti nella sua biografia.

(…) Il Sandron stampa molto volontieri, con vero orgoglio, il tuo volume, al quale sarà bene dare un bel titolo, commerciale (…) Ella dovrebbe scrivergli (…) per mettersi d’accordo sul tempo e sul tipo d’edizione etc etc. e nello stesso tempo soggiungere: siamo dunque intesi per cinque o secento lire, come a lei piacerà. Ciò gli tapperebbe la bocca, al Sandron, perché crederebbe che io avessi detto così e forse (almeno, me lo figuro!) non vorrebbe smentirmi. (…) Vedrà però che delle pubblicità del Sandron sarà più contento che di quelle dello Zanichelli. Anche il d’Ovidio sta per licenziare un bel librone presso quell’editore. Ora le domando un favore. Per il medesimo Sandron io dirigo (e con una cert’aria!) una Biblioteca Universale, per la quale non ho ancora trovato il titolo. Ora vorrei che ella mi indicasse nelle letterature moderne, inglesi e tedesche e magari russe etc., i veri capolavori che ogni uomo colto deve conoscere e che perciò io vorrei far tradurre e stampare. Avrò il (…) un dramma indiano tradotto dal Kerbaker, il Kalevala, il Teatro Greco nuovamente tradotto, il Teatro di Shakespeare, (…) Sono un po’ imbarazzato. La commissione per la quale devo essere a Roma è protratta di qualche giorno. Ma tra dieci o dodici giorni sarò a Roma, e andremo a Ostia. Voglio fare un poema georgico-italo-sociale-umano, con la figura del povero re degli umili tra i ruberti colonizzatori, miei concittadini. Se tornasse Virgilio, ne farebbe un capolavoro (…)

Scrisse di avere in faccia Urbino ventoso; ma di fronte aveva il mare dello Stretto e, un po’ più in là, l’Aspromonte calabrese. Fu infatti a Messina che, in una giornata invernale riscaldata da una luce tutta siciliana, sentendo nell’aria qualcosa di nuovo anzi d’antico, Giovanni Pascoli si trovò catapultato nel passato di una primavera lontana, ai tempi del collegio degli Scolopi, e rivide il viso dei compagni e gli aquiloni che volavano alti. Nel capoluogo peloritano compose alcune poesie che andranno a far parte dei Canti di Castelvecchio. Si occupò anche dei volumi di critica dantesca: Minerva Oscura, Sotto il velame e La mirabile visione. A Messina il poeta romagnolo trascorse i cinque anni migliori, più operosi, più lieti, più raccolti, più raggianti di visioni, più sonanti d’armonie: così scriverà lui stesso, qualche anno più tardi, in una lettera indirizzata a Ludovico Fulci. Messina l’aveva stregato, con quella bella falce adunca, che taglia nell’azzurro il più bel porto del mondo, tra il bel monte Peloro verde di limoni e glauco di fichidindia e l’Aspromonte che, agli occasi, si colora d’inesprimibili tinte. Era il 1898, gennaio, quando Pascoli vi mise piede in compagnia della sorella Mariù e del cane Gulì.

Richiedi Maggiori info

Il tuo nome (richiesto)

La tua email (richiesto)

Telefono

Il tuo messaggio

Domanda di sicurezza, scrivi il risultato:

Questa voce è stata pubblicata in Letteratura. Aggiungi ai segnalibri il permalink.

I commenti sono stati chiusi.