Mazzini, Giuseppe: lettera autografa firmata

Prezzo: disponibile a richiesta
Autore: Mazzini, Giuseppe
Titolo: lettera autografa
Titolo: mazzini-giuseppe
Data: 1861

Mazzini, Giuseppe: Importante lettera autografa firmata di 4 pagine (13 x 10,5 cm.) su sottilissima carta bianca. Mazzini scrive a Giovanni Grilenzoni, a Lugano, da Londra, il 30 settembre (1861), a proposito della necessità di riorganizzare le truppe dopo la proclamazione di Vittorio Emanuele re d’Italia; ma soprattutto a proposito della questione romana. La lettera è riportata nell’Epistolario di Mazzini, volume XLIII (Imola, Galeati, 1936), nel quale si dice che il testo è preso da una copia dell’autografo, la quale copia è conservata presso la Regia Commissione. Non si avevano tracce dell’originale. Qualche refuso e qualche difformità tra il testo pubblicato e quello autografo.

(…) Ho steso anche una noterella che ti mando, onde tu cerchi di farla leggere (al re). Se fosse mai, rivedendolo, insisti sulle due proposte: (si ignorava sino alla lettura di questa lettera del colloquio fra il re e Grilenzoni, origine forse di quei contatti che due anni dopo il re avrebbe avuto, sia pure indirettamente con Mazzini) quella concernente l’armamento che consiste nel mantenere l’esercito di 200.000 uomini, ma d’abolire la coscrizione (…). L’altra proposta è vitale. Tu sai ch’io dissento da quei tra i nostri che vorrebbero agire su Roma. Per me, Roma dovrebbe esser l’oggetto di manifestazioni nazionali imponenti che il governo dovrebbe incoraggiare, e l’azione dovrebbe rivolgersi al Veneto. Là abbiamo posizioni che una volta sorprese sono difendibili quanto si vuole: là il segnale all’Ungheria; là la diserzione dei 20.000 e più Ungaresi, che sono in Italia: là popolazioni pronte unanimemente a rispondere: là la simpatia di tutta Europa: là l’iniziativa italiana. Il re dovrebbe lasciare all’insurrezione la prima parte, e noi l’assumiamo; dovrebbe segretamente aiutarci, come dico, o d’armi o non potendo farlo senza ch’altri lo risapesse, di un mezzo milione di franchi. Se l’impresa, come non ne dubito, riuscirà, ei moverà a coglierne i frutti: se non riuscirà, protesterà, farà ciò che gli parrà; e noi taceremo sull’aiuto. L’affar di Roma intanto si protrarrà; e non lo scioglieremo, se non quando, liberi dal timore d’una guerra simultanea da due Potenze, potremmo dir tutti uniti a Napoleone: sgombrate! Così facendo, il re sarà re; dove no, un prefetto dello straniero. S’io fo queste proposte è perché preferisco ricacciare il trionfo delle mie idee nell’avvenire lontano che non ottenerlo attraverso anarchia, risse civili, e sagrifizi più gravi all’Italia, che amo. (…) Il re si persuada che, salvo il caso d’assalire i Francesi coll’armi, può far ciò che vuole, chiamare al potere uomini invisi all’Imperatore, un Ministero Cattaneo, per esempio, senza che l’imperatore possa far guerra. L’Europa non vuole intervento. L’Imperatore minaccerà finché gli si chiederà consiglio: non agirà, per cosa che il re faccia in Italia, appena si cessi di chiederlo. Soltanto, alla vigilia di cangiamenti interni spiacevoli a Luigi Napoleone, indirizzi domanda formale all’Inghilterra e ad altri di aver protezione al non intervento e libertà in casa propria. (…) Checché avvenga, l’impresa Veneta dovrebbe tentarsi da noi in primavera. L’ho studiata e la studio e preparo; ma ho bisogno d’armi di precisione sino alla cifra di 200.000 franchi. Perdio! mi verrebbe da piangere alla mia età pensando che non possono trovarsi 200 in tutta Italia che diano 1000 franchi a Venezia. E finora non ne ho che i miei 1000, frutto del mio lavoro con Daelli, 1000 franchi della signora Nathan, e 3000 di tre amici di Liverpool! (…)

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