Oldoini, Virginia: lettera autografa

Prezzo: disponibile a richiesta
Autore: Oldoini, Virginia
Titolo: Lettera autografa

Oldoini, Virginia (Contessa di Castiglione): curiosa e assai rara lettera autografa siglata in lingua francese (20,5 x 13,5 cm) di 5 pagine indirizzata ad un amante. Senza data ma risalente a metà 800. Macchia di umido marroncina nella parte esterna delle carte, più evidente nella prima pagina, che non compromette in alcun modo la leggibilità.

La Contessa risponde al suo amante, insospettito e geloso per non avere da tempo ricevuto le sue lettere, scrivendo anche in terza persona, : (…) Signor Jolard risponderò in seguito ma io penso che le mie due ultime non siano ancora arrivate in tempo perché la vostra collera non scoppi. Voi sapete dunque che io ho ragione di dire che le lettere danneggiano i sentimenti; creano dei nuovi mostri, ritardi, dimenticanze, silenzi, insonnie!! Malgrado ciò io sono solita inviare tardi comunque le mie due o tre lettere in una sola, scritte quando bisognerebbe farlo, immersa in una sorta di silenzio che mi pervade e che mi tiene compagnia. Troverete qui la risposta alla vostra prima lettera … che non sarà capita senza ribellarsi. Che dire, del resto, se non che voi siete pazzo?E’ la miglior scusa che io posso trovare ai suoi occhi di fronte ai vostri sgradevoli sospetti, indegno dei ricordi incomprensibile per lei che ha troppo sofferto per ridere delle pene altrui e per compiacersi e torturare ciò che lei ama. Come osate credere, pensare, chiamare questa follia un gioco!!! Sfortunatamente voi bestemmiate. L’amicizia sola può perdonare perché essa grida… e maledice questo male che mi ha fatalmente fatto fuggire. Malgrado il mio intuito io non potrei essere più franca nel dirvi: che cosa pensa? Male: Che cosa dice? Più di quello che io posso ripetere: Che cosa reclama? E’ la vostra amicizia che lei reclama, che lei esige in compenso di tutti gli altri sentimenti e dell’affetto che ella deve offrire di nuovo con tutte le sue forze. Voi non siete il solo a soffrire… io soffro per lei, molto (…)

Tra le donne del Risorgimento la contessa di Castiglione fu certamente la più bella, la più intrigante e chiacchierata, la personificazione della vanità femminile. Virginia Oldoini, figlia del nobile marchese spezzino Filippo Oldoini nacque e a Firenze il 23 marzo 1837, anche se per civetteria non lo ammise mai. È passata alla storia per avere sedotto, un’astuzia del Conte di Cavour che le avrebbe detto usate tutti i mezzi che vi pare, ma riuscite, Napoleone III portandolo così a sostenere la causa dell’indipendenza italiana. Non aveva ancora 17 anni quando divenne contessa di Castiglione, andando in sposa al conte Francesco Verasis, cugino di Cavour, assolutamente deciso a sposare la donna più bella d’Italia, nonostante sapesse di non essere ricambiato. Ne rimase sempre innamorato e, come tutti i mariti ingannati che si rispettino, disposto a ignorarne i tradimenti e ad assecondarne i costosi capricci, anche dopo la separazione legale, finché nel 1867 durante il corteo di nozze tra il principe Amedeo d’Aosta e la principessa Maria dal Pozzo della Cisterna, caduto da cavallo, morì travolto dalla carrozza reale. Virginia non amò altri che se stessa, motivo per cui il figlio Giorgio, morto di vaiolo a Madrid nel 1879, la detestava cordialmente. Dagli uomini sapeva farsi adorare quanto odiare dalle donne, prima tra tutte la spagnola Eugenia Montijno, consorte di Napoleone. Appena sposata si trasferì a Torino alla corte di Vittorio Emanuele di Savoia e quindi a Parigi. Dopo un esordio memorabile alle Tuileries, alla sfolgorante ventenne bastò mezz’ora d’amore con l’Imperatore cinquantenne nella stanza azzurra del Castello di Compiègne per riuscire nella delicata missione di Stato che le era stata affidata. Era il gennaio del 1856. Napoleone la coprì di gioielli, tra cui una collana a cinque giri di perle e si favoleggiava di un appannaggio mensile di 50mila franchi. Dopo l’armistizio di Villafranca, nel luglio 1859, la sua stella presso Napoleone cominciò a offuscarsi a vantaggio della moglie del ministro degli esteri contessa Walewska, ma a buon conto l’imperatrice Eugenia, col pretesto di un sventato attentato all’Imperatore programmato durante un convegno tra i due amanti, ne ottenne l’espulsione dalla Francia. Nel 1862, per intercessione dell’ambasciatore Costantino Nigra, tornerà a Parigi con propositi di rivalsa, ma ormai quella partita era persa come lo fu più avanti quella con Vittorio Emanuele, seccatosi per i suoi tentennamenti e le sue eccessive pretese dopo averla ripetutamente invitata a trasferirsi a Firenze. Caduto il Secondo Impero nel 1870, con abilità e scaltrezza continuò a tessere, tra Parigi e La Spezia, la rete delle sue amicizie influenti collezionando 43 amanti, 12 dei quali avuti contemporaneamente e sempre all’insaputa l’uno dell’altro. La venere incontrastata del bel mondo che aveva incantato per le toilette da favola, i gioielli, tra i fasti e i piaceri della mondanità, ebbe il solo grave torto di sopravvivere alla sua bellezza: per non vedere la sua decadenza fisica si velava il volto, copriva gli specchi, usciva solo la notte, circondandosi di un’aura patetica di mistero. Morì a Parigi il 28 novembre 1899; all’indomani del suo funerale, la polizia e Carlo Sforza per l’ambasciata italiana distrussero tutte le lettere e i documenti compromettenti riguardanti re, politici, papi e banchieri, da Napoleone III a Bismarck, Cavour, Pio IX, Rothschild. Ci restano i suoi diari. Avrebbe voluto tornare in Italia e farsi seppellire alla Spezia con i suoi gioielli la camicia da notte verde acqua di Compiègne e i suoi due pechinesi, Sanduga e Kasino, imbalsamati. Riposa invece, tra i grandi, al Père Lachaise.

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