Strehler, Giorgio: Lettera dattiloscritta firmata a Gerardo Guerrieri

Prezzo: euro 300
Autore: Strehler, Giorgio
Titolo: Lettera firmata

Strehler, Giorgio: Lettera dattiloscritta firmata a Gerardo Guerrieri. Strehler scrive della sua angoscia esistenziale dipanando alcune importanti questioni circa l’attività del regista teatrale.

Mi ha preso una tremenda paura. Dimmi che ho torto. Stiamo giocando un poco alla “confessione”? Confessione per confessione, gusto di disquisire, gusto del sottile, del tortuoso. Forse perché ieri ho riletto un romanzo di Piovene “I falsi redentori” e sono rimasto disgustato, attonito dalla mancanza di “vitalità”, mancanza di sintesi, di respiro, di aria.

Strehler evidenzia gli elementi che giudica negativi nel romanzo per contrapporli al suo modo di sentire, al suo sentimento storico. Il tono diventa ancora più personale: il regista si interroga sul gioco, sulla complicità che si sta instaurando fra lui e Guerrieri e prosegue ribadendo e riprendendo alcuni concetti già esposti nella precedente lettera. Di fronte ai dubbi sollevati sulla legittimità e ragione di fare teatro, Guerrieri si è sentito probabilmente smarrito: sapevo cosa mi avresti risposto. Sapevo anche il tuo smarrimento (uguale al mio) di fronte a certe domande. A gente come noi non si può dare soluzione. Troppo chiusi da un’educazione e cultura umanistica, troppo pieni di una infanzia e prima adolescenza come dirti? a carattere più o meno rilkiano (socialmente borghese o piccolo borghese) per essere spontaneamente “nuovi” …. Siamo così sospesi in una terribile lotta che non ha scelto ancora la sua cieca strada, godiamo di una spaventosa libertà di fondo, anche se una relativa scelta è stata fatta …. Generazione di transizione. Non la prima, non l’ultima ancora. Di padre in figlio ci tramandiamo il male.

Strehler parla del teatro e ribadisce alcune idee, tra le quali l’impossibilità di credere ad un teatro per il teatro. Ma d’altra parte ecco riaffiorare l’inquietante dicotomia: quella che contrappone il teatro come forma d’arte chiusa in sé, al teatro come lavoro nella collettività. E allora come non cadere da una parte nel teatro letterario, dall’altra nel virtuosismo spettacolare, nella propaganda o nel populismo? Cosa fare, quale strada prendere? In fondo, afferma Strehler, una lista dei lavori del Piccolo sarebbe sufficiente a mostrare che si è sempre lavorato per mettersi al riparo dal cedere alla propaganda o al populismo: Tutto ciò è stata la storia del Piccolo Teatro e di ciò che ho fatto su questo palcoscenico. Aggiungendo come problemi secondari questi: a) attori (…) b) affermazione plateale di un teatro (…) c) affermazione di me stesso (…) c) aggiornamento del teatro come fatto di cultura (…) a) mancanza di denaro continua (…).

Il problema vero è che Strehler sta attraversando una crisi profonda che coinvolge anche i suoi attori: Lilla Brignone mi ha gettato in faccia il testo dell’Antigone che io le proponevo come testo importante per lei. Santuccio ha chiesto dovendo fare il Misantropo di recitare un altro testo per lui … Strehler ha bisogno di ragioni, di verità che lo spingano a continuare: dopo cinque anni io non so più cosa volevo veramente dire, e cosa potrei dire oggi che non abbia più o meno già detto. Oggi che molti dei problemi della prima ora (mancanza di tempo, di denaro, di attrezzature) sembrano parzialmente superati, il regista è come se avesse perso l’entusiasmo; si trova nel pessimismo più devastante ed universale: questo è il problema: vuoi fare uno spettacolo con tutti i mezzi che vuoi, con il tempo che vuoi, con gli attori che vuoi? risponderei: grazie, non so e dovrà passare molto tempo perché io possa sapere se mai riuscirò a sapere. Credo di essere arrivato al nocciolo della questione.

Strehler ha paura di avere perso la capacità di creare cose nuove, di accogliere le esperienze passate per trarre da esse nuove energie, nuovi impulsi: teme di avere smarrito la capacità della rivoluzione. E questo è una costante, un dramma antico, afferma: coloro che fanno la rivoluzione non sanno mantenerla: occorrono temperamenti diversi per l’una e l’altra cosa. I rivoluzionari non sanno adattarsi ai compromessi del dopo rivoluzione, perdono la loro capacità creativa. Io sono un poco un fenomeno: un rivoluzionario (di carattere trotzkista) che ha creduto di adattarsi alla N. EP. restando dentro “intatto”. E che oggi si accorge di non sapere più bene qualcosa del suo destino. Non si può continuare a giocare, come Strehler dice di avere fatto per cinque lunghi anni, a limitarsi, a reprimere certi slanci che uno si sente dentro, perché dannosi per il compito che ci si è proposti di affrontare, cercando di dimenticarsi di certe idee, di averle avute e averle desiderate vive. Forse bisognerebbe ricominciare da capo; forse la sua strada il regista, ora, non la vede più nel paziente lavoro di riforma, ma piuttosto nello slancio, nel bruciare, in quel rapimento incontrollabile che dà materiale a chi è capace di riformarlo e costruirlo. Ma come spiegare allora quella capacità che pure egli si riconosce e che ha agito in lui, quella possibilità di adattarsi al quotidiano, di cedere al compromesso? Come dunque dare ragione di queste due parti del proprio carattere, del proprio modo di essere? Ci sono in Strehler insanabili contrasti di atteggiamenti, che quando si equilibrano possono dare straordinari frutti; ma se uno dei due prende il sopravvento, è la crisi, la rassegnazione, il dolore. E lo stesso avviene, afferma Strehler, nella mia vita privata. Poi la confessione, che si è sviluppata come un fiume in piena, si interrompe: sopraggiunge il dubbio di essere entrati con troppa insistenza nel diario, che ci possa essere una certa compiacenza nel definirsi. Quando i pensieri si sorvegliano l’un l’altro è meglio il silenzio.

Comunque, per ora, il coraggio della rinuncia, la certezza di avere capito se stessi non c’è. (…) Se grido, se mi confesso se mi compiaccio della mia confessione e del mio male è perché cerco una certezza cerco di capire definitivamente e chiedo aiuto agli altri per capirmi.

La lettera è una vera e propria meditazione sulle proprie ragioni, su se stesso. Nel testo sono presenti alcuni interventi autografi di Strehler, che si firma in fondo alle 4 densissime pagine.

Giorgio Strehler (Barcola, Trieste 1921 – Milano) regista teatrale, fondatore, insieme a Paolo Grassi del Piccolo Teatro di Milano nel 1947. Principale artefice della fortuna di Brecht in Italia, interprete di Goldoni, diresse il Teatro d’Europa a Parigi. Numerosi i riconoscimenti ed i premi attribuiti alla sua straordinaria attività: da molti è stato considerato come il regista più geniale del XX secolo, per il percorso compiuto nella ricerca teatrale.

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