Leopardi, Giacomo: Rime di Francesco Petrarca

Prezzo: euro 650
Autore: Leopardi, Giacomo
Titolo: Rime
Editore: Stella
Data: 1826

Leopardi, Giacomo: Rime di Francesco Petrarca colla interpretazione composta dal conte Giacomo Leopardi, Milano, presso Ant. Fort. Stella e figli, 1826, 12° (14, 3 x 9 cm.). Due volumi. Legatura coeva in mezza pelle rossa con decorazioni al dorso; piatti in carta marmorizzata; fogli di guardia in carta marmorizzata. Volume I: pp. 501, (1) comprensive di occhietto, frontespizio, avviso degli editori e un proemio de l’Autore della interpretazione a chi legge. Volume II segue la numerazione da p. 503 a p. 971; manca al secondo volume l’occhietto con la scritta Rime di Francesco Petrarca, che dovrebbe precedere il frontespizio, come nella quasi totalità degli esemplari in commercio. Qualche fioritura ai margini del testo, mai troppo estesa o invasiva. Edizione originale. (cfr. Mazzatinti)

Sobrio e meditato commento leopardiano, di fondamentale importanza, alle rime del Petrarca, scritto dal poeta a Milano, dove si era recato nel luglio del 1825, per raggiungere l’editore Stella, presso il quale, stipendiato, svolse lavori letterari, e sfuggire alla noia della piccola Recanati. Gli anni 1823 – 1828 sono i più intensi della prosa leopardiana. Lasciati da parte gli studi dolci, si dedica all’investigazione dell’acerbo vero: in questo lasso di tempo nascono le Operette Morali, le due Crestomazie, e il famoso commento al Canzoniere di Petrarca. Un’opera quest’ultima che non è stata studiata mai a fondo e che costituisce un unicum interessante nella produzione del poeta. Petrarca è infatti oggetto di una rivisitazione capillare che è ricca di conseguenze sull’opera poetica leopardiana. Leopardi parla di Interpretazione e non di Commento. Disse che ogni canzone ed ogni sonetto sarebbero stati corredati di una semplice interpretazione. Questa era l’intenzione dichiarata del poeta, che doveva confrontarsi con un lavoro di cui non mancherà mai di lamentarsi abbondantemente. Nonostante i lamenti, egli crea una traduzione dal parlare antico e oscuro in un parlar moderno e chiaro, traducendo in prosa Petrarca con uno sforzo essenzialmente ermeneutico, di desolato rigore illuministico come disse Contini. Ed in effetti il modello del suo lavoro erano le edizioni dei classici dette in usum Delphini. L’interpretazione diventa dunque la riscrittura di un poeta da parte di un altro poeta (filologo, grammatico e critico) che permette di scoprire implicazioni petrarchesche in Leopardi, in un gioco dinamico tra autore ed autore che si intreccia con la rimeditazione di ricordi poetici di Leopardi. Rileggendo il Canzoniere, dunque, si genera un processo ciclico: all’Interpretazione affluiscono ricordi dei Canti e nei Canti si riversano spunti dell’interpretazione.

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