Godard, Jean-Luc: Vento dell’est

Prezzo: disponibile a richiesta
Autore: Godard, Jean-Luc
Titolo: Vento dell'est
Data: 1970

Godard, Jean-Luc: Vento dell’est: 100 x 70 cm. 1970. Manifesto originale in prima edizione italiana del più significativo documento del cinema rivoluzionario. Una leggera scoloritura nella parte centrale sulla piegatura; qualche marginale strappetto rinforzato, senza perdite; ben conservato. Raro.

Film-saggio che s’interroga sull’urgenza e la necessità di un nuovo cinema rivoluzionario, che superi l’identità individuale dell’autore e che riscriva daccapo forme, contenuti e processi produttivi. È la storia di un film impossibile da fare, dei fallimenti del passato e delle opportunità del presente. La regia del film fu opera collettiva: Gérard Martin, Gruppo Dziga Vertov, Jean-Luc Godard, Jean-Pierre Gorin. Sono gli anni del Gruppo Dziga Vertov, composto in primis proprio da Godard e da Jean-Pierre Gorin, che intende prima di tutto dare voce al superamento della creazione cinematografica individuale in favore di una nuova collegialità autoriale. Si passa dall’io al noi, e come racconta Volonté durante le riprese Godard cede volentieri la macchina da presa ad altri, anche agli stessi attori, perché il film si liberi dagli schemi gerarchici di direzione/esecuzione. Nonostante tale approccio libero e anticonvenzionale al fatto-cinema, Vento dell’est mostra un proprio rigore e una struttura ben delineata, diviso com’è in due parti di speculare analisi/distruzione e proposta/costruzione. Fra gli attori Gian Maria Volonté, Glauber Rocha, Jean-Luc Godard, José Varela, Marco Ferreri.

Dopo il ’68 e il Maggio francese nulla è più come prima, occorre un nuovo cinema davvero militante. Vento dell’est di Jean-Luc Godard è cinema nel suo (non-)farsi, è negazione del cinema e dell’idea d’autore. È negazione di se stesso e riflessione su un nuovo cinema più umile, vero attore di processi rivoluzionari. L’autore è un concetto borghese, un’idea di cinema che dopo il ’68 e il Maggio francese non può più avere residenza in un’Europa e mondo fortemente convinti allora di un vero e radicale cambiamento. Si trattava di rifondare tutto, ripartendo daccapo, rimettendo in discussione le fondamenta della società capitalistica, e il primo mutamento doveva essere innanzitutto culturale. Nella produzione di Jean-Luc Godard Vento dell’est arriva in primis come strumento di autoanalisi e autocritica, nell’intento di rileggere e prendere le distanze dalla propria produzione pre-sessantottina, che malgrado la sua carica dissacratoria e dirompente appare agli occhi del cineasta come irrimediabilmente compromessa con le leggi del mercato e del profitto. Godard discute se stesso e ciò che ha ricoperto nel panorama della creazione cinematografica fino a quel momento, mettendo in evidenza innanzitutto il solco abissale tra un prima e un dopo che è stato scavato dal Maggio francese. Niente è più come prima, è necessario ridisegnare da zero idee di cinema e ruoli al suo interno. Per far questo Godard prende le mosse da un’interrogazione sul come, che fare (il “Che fare?” di lunga tradizione socialista, da Černyševskij in avanti) perché l’autore engagé sia davvero militante e perché il suo cinema diventi un effettivo attore di un processo rivoluzionario sul piano culturale. In tal senso Vento dell’est appare un film-saggio.

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