Moreni, Mattia: L’ignoranza fluida

Prezzo: euro 95
Autore: Moreni, Mattia
Titolo: L'ignoranza fluida
Data: 1979

Moreni, Mattia: L’ignoranza fluida dedicata a la luce demenziale dell’intelligenza (una buona condizione per capire mi sembra quella di non aver niente da difendere) monologo, Pisa, Stampato in fac-simile dalla Tipografia Giardini Editori per le edizioni d’arte Gianna Rossi Maggini, 1979, 27,5 x 19,5 cm. Brossura editoriale; pp. 160, (2) dattiloscritte. Lunga dedica autografa firmata e datata (settembre 1980) di Mattia Moreni all’illustratore Nani Tedeschi: questo monologo se lo legga se ha voglia, e mi scriva cosa ne pensa. Ne sto scrivendo un’altro: “l’assurdo razionale perché necessario” con sottotitolo: “difficile non è sapere ma sapere fare uso di ciò che non si sa” … Tiratura numerata di 150 esemplari. Edizione originale.

Dopo un periodo torinese durante il quale si accosta a certo espressionismo e dopo una adesione al postcubismo, Mattia Moreni entra a far parte del “Gruppo degli Otto” (insieme ad Afro Basaldella, Renato Birolli, Antonio Corpora, Ennio Morlotti, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato ed Emilio Vedova) che, sotto l’egida di Lionello Venturi, intende superare la spaccatura avvenuta nel 1950 tra realisti e astrattisti con il termine dell’esperienza del “Fronte nuovo delle arti”. Moreni è tra i primi a recepire la novità delle tematiche informali, nel 1956 partecipa alla Biennale di Venezia, con Francesco Arcangeli che lo aveva premiato alla seconda edizione del Premio Spoleto del 1954 e che tenta di assimilarlo alla sua teorizzazione di una linea ultimo-naturalista: dal romanticismo all’informale. Moreni si distacca ben presto dalle potenziali riproposizioni di un naturalismo di vecchio stampo insite in questa intuizione critica e si dedica a sconvolgimenti della materia che lasciano intendere tragici e oscuri destini umani. Si trasferisce a Parigi dove conosce Michel Tapié ed espone alla Galerie Rive Droite con i maggiori esponenti dell’Informale. Dai primi anni Sessanta inizia a inserire nelle sue opere segni di riferimento oggettuali che aprono, dal 1964, al ciclo delle “angurie”: un massiccio e terragno frutto estivo destinato ironicamente ad assumere le più varie configurazioni e a trasformarsi via via in massa informe, in liquame e in sesso femminile.

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