Lacerba, 1913 – 1915

Prezzo: disponibile a richiesta
Autore: AA. VV.
Titolo: Lacerba
Editore: Vallecchi
Data: 1913 - 1915

AA.VV: Lacerba, Firenze, Vallecchi, 1913 – 1915. 38 x 30 cm. 69 fascicoli in brossura originale di circa 8 pagine l’uno, custoditi entro raccoglitore in tela. TUTTO IL PUBBLICATO (confronta: Contributo al Futurismo letterario italiano).

Rivista dapprima quindicinale e poi settimanale, vide la luce dal 1 gennaio 1913 al 22 maggio 1915. Una delle più importanti riviste d’avanguardia di tutti i tempi. Quindicinale, stampato in caratteri rosso mattone ed in seguito neri, riprende il titolo dal poemetto del Trecento di Cecco d’Ascoli – L’acerba – inserendone nella testata un verso: Qui non si canta al modo delle rane.

Fondata il 1º gennaio 1913 da Giovanni Papini e Ardengo Soffici, Lacerba si avvalse anche della collaborazione di Aldo Palazzeschi e Italo Tavolato. La rivista dichiarava le sue tesi nella prima pagina dell’Introibo rivendicando la piena libertà e autonomia dell’arte, l’esaltazione anarchica del genio e del “superuomo” ed un rilancio della letteratura frammentaria. Papini, allora, scrive articoli provocatori come Freghiamoci della politica, Soffici scrive del Cubismo e tiene la rubrica fissa Giornale di bordo, Palazzeschi è presente con numerose liriche come Una casina di cristallo, Postille, Pizzicheria, Tavolato scrive articoli scandalistici come Elogio della prostituzione, Bestemmia contro la democrazia.

La rivista, vista la sua natura e il suo programma, è pronta ad accogliere il contributo dei futuristi che – dal 15 marzo 1913 – iniziano ad occupare posti di primo piano. Compaiono così frequentemente i nomi di Filippo Tommaso Marinetti, Luciano Folgore, Umberto Boccioni, Carlo Carrà e Corrado Govoni. Nel n. 18 (15 settembre 1913), un “manifesto-sintesi” del poeta francese Guillaume Apollinaire riassume L’antitradizione futurista, applicando la tecnica delle parole in libertà, mentre Boccioni, Carrà, Severini e Balla confermano a Marinetti, con le loro opere, l’idea della simultaneità. Nel n. 20 del 15 ottobre 1913, Lacerba pubblica il Programma politico futurista, seguito da una Postilla del neofita futurista Papini. Il manifesto politico si rivolge agli elettori futuristi in vista delle elezioni del 26 ottobre 1913, le prime a suffragio universale maschile, invitandoli a votare contro le liste clerico-liberali-moderate di Giovanni Giolitti e del cattolico Vincenzo Ottorino Gentiloni e contro il programma democratico-repubblicano-socialista.

Sempre come rivista d’arte e di pensiero che intende portare il pubblico a conoscenza delle forme più avanzate dell’arte moderna, Lacerba pubblica, nel n. 15, 1º agosto 1914, il Manifesto dell’architettura futurista. Ma su Lacerba appaiono anche scritti di Vannicola, Lucini, Buzzi, Balilla Pratella, Camillo Sbarbaro, Max Jacob, Cangiullo, D’Alba, Binazzi, Campigli, Rosai, Jahier, Campana Dino, Prezzolini, del giovanissimo Ungaretti che pubblica nella rivista le sue prime poesie, Laforgue, Onofri, Lebrecht, Meriano, Bruno, e altri. Quando scoppia la prima guerra mondiale e l’Italia dichiara la sua neutralità, Lacerba, dal n. 16, 15 agosto 1914, passa dal disimpegno politico precedentemente espresso ad un forte entusiasmo politico interventista e afferma che, da quel numero, la rivista sarà solamente politica per riprendere l’attività teoretica e artistica a cose finite.

Appaiono così violenti articoli attivistici contro il governo vile e verso i “piagnoni” neutralisti e socialisti. Nel 1915 Giovanni Papini assume interamente la direzione della rivista (prima condivisa con Soffici, che continua a collaborare). Con il ritorno di Aldo Palazzeschi, a cui è affidata una rubrica fissa (Spazzatura), letteratura ed arte rientrano sulle pagine di Lacerba, accanto agli articoli politici. In febbraio un articolo firmato da Palazzeschi, Papini e Soffici (Futurismo e marinettismo) sancisce il divorzio tra i tre fiorentini (che si proclamano i soli autentici futuristi) e i futuristi milanesi, chiamati con dispregio “marinettisti”. Con questo episodio si conclude la prima stagione del futurismo fiorentino. La rivista cessa le pubblicazioni il 22 maggio 1915, due giorni prima dell’entrata in guerra dell’Italia: l’ultimo editoriale di Papini reca il titolo Abbiamo vinto!.

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