Prezzo: euro 250
Autore: Rosso, Medardo
Titolo: Lettera autografa

Rosso, Medardo: lettera autografa firmata indirizzata a Rodolfo Grassi: una pagina 22,5 x 18 cm scritta con inchiostro blu. Non datata, ma risalente ai primi anni del Novecento, senza dubbio dopo l’incidente e la malattia conseguente che lo porterà alla morte nel 1928 per le gravi complicazioni di una ferita provocata da una lastra fotografica cadutagli accidentalmente su un piede. Due strappetti marginali senza perdite.

Non parto – perché non son bene – e se ricado allora è un guaio. Ieri sera per poco sortire già mi fece male. Dit a mio figlio che sto meglio. Ma che non lascio qui che sano – di tutti i modi. In ogni caso qui la lettera acchiuso a rimetterci. Abbraccia Lina Laura et a ti ancora tocca (…) el tuo vostro Medardo.

Le lettere di Medardo Rosso non sono quasi mai troppo informative: Rosso scrive velocemente, quasi telegraficamente; le parole sembrano compenetrarsi l’una all’altra, in uno stile modernissimo, com’è la sua scultura, anticipatrice di quella modernità che i futuristi rappresentano per eccellenza; non è un caso che Boccioni nei suoi studi sulla scultura lo citi come unico esempio di artista nuovo. Le lettere di Rosso sono anche dal punto di vista estetico, visivo, dei capolavori di composizione calligrafica: cominciano su un angolo della carta, e poi continuano a risvoltar via come un gioco di pazienza, lasciando i centri bianchi e rincorrendo gli angoli. E vi si rincorrono italiano, milanese e francese: frasi fisse e scatti inattesi; la grafia è vulcanica, veloce, irregolare e generosa. E’ sufficiente leggere quei <<ciaou>> di apertura alle pagine indirizzate agli amici per essere investiti da un inconfondibile calore umano, da un’allegria genuina e schietta, da una voce tonante, piena, comunicativa. Rosso scrive come parla e come pensa, con un’imprevedibile alternanza di lingue e dialetti, di parole inventate ed espressioni prese a prestito dal linguaggio popolare. In realtà egli ripete con la penna quello che fa con la cera, il gesso, il bronzo: rompe con i canoni classici, con gli schemi, per assaporare la gioia di una lingua che non conosce frontiere. Il suo linguaggio è sperimentale, volutamente dissestato e sgrammaticato, dal gergo complesso (proprio per la molteplicità degli idiomi coinvolti, ma anche per lo strano modo che ha di assemblarli, con frasi tronche, iperboli semantiche ed espressioni figurate), un vernacolo tutto suo con cui l’autore si prefigge di fissare sulla carta le colorite espressioni che abitualmente usa nella parlata quotidiana. Illuminante a questo proposito è l’aneddoto che Ardengo Soffici riporta: (…) E’ un ricordo del primo viaggio che facemmo da Parigi a Firenze. Rosso doveva fare in questa città un’esposizione completa delle sue opere e poiché io ne ero stato il principale organizzatore, di quella parlavamo nel nostro scompartimento quando ad un tratto mi accorsi di questo strano fatto. O fosse per distrazione o fosse per l’emozione di rimpatriare dopo un quarto di secolo di assenza dall’Italia, il mio compagno mi intratteneva e mi rispondeva in piemontese; cosa che non cessò di fare quando entrammo in altri argomenti, né per tutto il tempo che il treno seguitò a correre sul suolo di Francia. Il fatto mi colpì; non solo, ma come lo riferivo alla seconda causa, della commozione patriottica, dirò che mi intenerì persino. Era però un’illusione e quel bel sentimento dové ben presto dar luogo ad un altro, cioè alla sorpresa e fu quando arrivati appena a Torino, vidi che Rosso invece di continuare ad esprimersi con la lingua del ritrovato paese della sua infanzia, aveva cominciato a parlare genovese; in un genovese, anzi, così serrato che quasi nessuno riusciva a capirlo. Senonché non eravamo ancora entrati in Genova che Rosso parlava già milanese con i facchini: e con lo stesso effetto. Stupefatto addirittura, mi chiesi che cosa sarebbe avvenuto una volta a Firenze. A Firenze tirò fuori il parigino, e per più giorni non ebbe altra lingua …

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