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Autore: Monti, Vincenzo
Titolo: Lettera autografa
Data: 1822

Monti, Vincenzo: interessante lettera autografa firmata di una pagina e 5 righe (24,5 x 19 cm.) indirizzata nel settembre 1822 al consigliere Tomaso Felici di Pesaro, a proposito di alcune questioni legali fra Vincenzo Monti e gli eredi Perticari; la figlia di Vincenzo Monti, Costanza, sposò Giulio Perticari nel 1812 e rimase con il marito, nonostante un matrimonio non voluto, sino alla morte di questi avvenuta il 26 giugno 1822. In quarta pagina indirizzo autografo; tracce di sigillo per chiusura e note di spedizione. Ben conservata. Non comuni gli autografi di Vincenzo Monti.

L’educazione della figlia Costanza, cui le scuole assicurarono formazione religiosa, pratica di lavori femminili e una buona cultura generale, fu seguita attentamente dal Monti e arricchita, nei soggiorni a casa, dagli stimoli di un ambiente culturalmente elevato. Tante cure, insieme con il prestigio del ruolo acquistato dal padre, imponevano un degno matrimonio, per cui quando nel 1810, sfumati altri disegni, Vincenzo progettò di dare in sposa la figlia all’esule greco Andrea Mustoxidi, povero e socialmente inadeguato, la moglie si oppose con fermezza, vincendo la ribellione della figlia innamorata. Nel 1811, superandone le iniziali resistenze, Costanza fu promessa in sposa al conte Giulio Perticari di Pesaro, nonostante questi intrattenesse una relazione con la popolana Teresa Ranzi, da cui aveva avuto un figlio, Andrea, e avanzasse esose richieste dotali: il contratto nuziale prevedeva, infatti, una dote di 6000 scudi, l’interesse del 5% su altri 8000 scudi, oltre a 200 scudi annui e al dono dei beni futuri con riserva di usufrutto per la moglie. Le nozze ebbero luogo il 7 giugno 1812 nella cappella della famiglia Monti a Maiano. Ma i rapporti con il marito mai amato furono sempre piuttosto difficili e furono maggiormente compromessi dal progredire in lui di una malattia che, più o meno consapevolmente sottovalutata da medici e parenti, produceva anche crisi depressive, aggravate dal timore di essere in sospetto sia del governo sia dei carbonari. Parziale sollievo a Costanza recò la presenza di Vincenzo Monti, a Pesaro nel settembre 1820 e nell’inverno 1821-1822, dopo un viaggio con Giulio nel Veneto. Ma, partito il padre, Costanza si recò a Savignano, mentre Giulio andò presso Cassi a San Costanzo, dove lei lo raggiunse solo ai primi di giugno, rendendosi conto tardivamente delle gravi condizioni in cui versava. Alla morte di Perticari (26 giugno 1822), Cassi si impadronì dei suoi manoscritti, restituendone solo parte al fratello di Giulio, Gordiano, che non solo rifiutò di rimetterli nelle mani di Vincenzo, ma si appropriò anche di manoscritti e libri di Costanza imponendo un accordo predatorio sulla restituzione della dote. La dote sarebbe stata restituita in 5 anni, a partire dal luglio 1825: Vincenzo avrebbe dovuto farsi carico della figlia, che rinunciò all’anno vedovile e a mobilio e stoffe in cambio dell’impegno di Gordiano a mantenere il figlio di Giulio. Inoltre, in risposta a un necrologio apparso nel Corriere delle Dame il 13 luglio 1822, in cui si ricordava Costanza come collaboratrice e compagna di Perticari, partì – per opera di Cassi e Cristoforo Ferri, forse innamorati respinti – una campagna denigratoria in cui la si metteva in cattiva luce, presentandola come traditrice e avvelenatrice del coniuge, diffondendo le accuse con un libello manoscritto in 258 copie. Le vicende seguite alla scomparsa del marito e le reticenze della protagonista avevano intanto consegnato la vita di Costanza alla denigrazione o all’apologia e, nel medesimo tempo, alimentato la sua bellezza di un fascino ambiguo che dette adito a voci e pettegolezzi sulle sue relazioni: da Felice Bellotti a Carlo Cattaneo ad Antonio Papadopoli a Paride Zajotti a Ferdinando Màlvica a Giovanni Battista Niccolini. Nel 1823 Vincenzo, con scrittura testamentaria, assegnò alla figlia l’amministrazione delle terre conferitele in dote e nella primavera del 1824 la inviò in Romagna a seguire gli ormai compromessi affari di famiglia. Fatto ritorno a Milano nel novembre del 1825, Costanza fece da segretaria al padre, menomato nella vista e colpito il 9 aprile 1826 da emiplegia al lato sinistro. Il diffondersi, però, di nuove voci circa una supposta relazione con Zajotti, divenuto prezioso collaboratore del padre, portò al suo allontanamento in Romagna e al divieto paterno di rientrare a Milano, comunicatole dalla madre e non piegato dalle sue lettere al confessore del padre, don Ambrogio Ambrosoli. Costanza ritornò solo alla fine di maggio del 1828 per poter stare vicino al padre, le cui condizioni di salute si erano ulteriormente aggravate, e per assicurarsi che la sua morte, avvenuta il 13 ottobre 1828, fosse accompagnata dai conforti religiosi. Dal padre ricevette soltanto il ritratto fattogli da Andrea Appiani, e guardò con preoccupata rassegnazione ai tentativi della madre di lucrare dai manoscritti del marito.

(…) Io non volea, nè dovrei scrivervi che per ringraziarvi delle tante cure officiose con cui mi avete cortesemente assistito nell’accomodamento de’ miei interessi con gli eredi Perticari. Ma sopperite che taccia per ora la mia gratitudine, e concedete ch’io vi parli di cosa che crescerà le mie obbligazioni, e porgerà a voi bella occasione di rendere sempreppiù manifesta la bontà del vostro carattere, ed il senno con cui sapete governare gli affari al vostro zelo affidati. Mi è nota la guerra villana che move Gordiano all’infelice sua sorella Violante fino a trattarla da ladra contrastandole un misero vaso da stufa, di cui mia figlia le aveva fatto libero dono, come di cosa propria, perché acquistata co suoi denari passati per le mani dell’infame Mariano, degno servitore di tal padrone. La viltà di un tratto sì illiberale vi dice abbastanza, che se la Contessa Anna non si risolve, finché può farlo, a disporre con iscritto legale della sostanza ch’ella intende di lasciare, secondo la volontà del povero Giulio, alle sue nipoti, queste sventurate creature non hanno che sperare dall’avara anima dell’erede. Le loro speranze riposano tutte sopra di voi; e voi solo prendendo l’attitudine che si conviene ad un fermo uomo d’onore, che mette la sua gloria nel proteggere l’onesta causa degl’infelici, voi solo potete esserne il salvatore: e il dovete, perché questo è l’officio dell’uomo dabbene. Io non ho dunque bisogno di raccomandarvi questa sfortunata famiglia, perché la sua raccomandazione è già scritta nel vostro cuore; e gli uomini di alto animo come il vostro non perdono mai l’occasione di fare il bene coll’acquisto della pubblica stima. (…) La Costanza che divide meco i medesimi (sentimenti) vi saluta e vi abbraccia teneramente, e ambedue vi preghiamo dello stesso ufficio colla vostra angelica Teresina. E non vi esca di mente la promessa fattaci di condurla, quando che sia, a Milano nelle braccia della sua amica (…)

Nel 1811, superandone le iniziali resistenze, Costanza fu promessa in sposa al conte Giulio Perticari di Pesaro. Il marito e il cugino di lui, Francesco Cassi, presto la introdussero nella rinnovata vita culturale di Pesaro, in cui spiccò per bellezza, vivacità e cultura. Alle serate di musica, balli, sciarade e letture, si alternavano, con lei nella veste di regista, le rappresentazioni teatrali a Pesaro, Savignano, San Costanzo, nelle proprietà dei Perticari e dei Cassi, e a Caprile, nella villa del marchese Benedetto Mosca. I momenti mondani continuarono con il passaggio per Pesaro di Tommaso Sgricci, che turbò sentimentalmente Costanza, e, nel 1817, di Stendhal. La dimensione della vita pesarese, pur arricchita dagli studi e da intense amicizie come quella con Antaldo Antaldi, cozzava sempre più con la forte considerazione di se stessa maturata sul piano umano e professionale. Insoddisfatta, pertanto, della sua condizione e irritata per le critiche che i suoi comportamenti liberi suscitavano, riluttante ad andare a Milano a causa dei rapporti infelici con la madre, Costanza, attenta agli interessi culturali del marito, lo convinse a trasferirsi per qualche tempo a Roma. Fatta socia dell’Accademia Tiberina, di cui Giulio era stato eletto presidente, e dell’Arcadia, Costanza lasciò un segno profondo nei letterati amici del marito e cofondatori del Giornale arcadico (1819), Pietro Odescalchi, Salvatore Betti, Giuseppe Tambroni, e in artisti come Antonio Canova e Filippo Agricola, come documentano i successivi scambi epistolari. Alla morte di Perticari (26 giugno 1822), Cassi si impadronì dei suoi manoscritti, restituendone solo parte al fratello di Giulio, che non solo rifiutò di rimetterli nelle mani di Vincenzo, ma si appropriò anche di manoscritti e libri di Costanza imponendo un accordo predatorio sulla restituzione della dote. Inoltre, in risposta a un necrologio apparso nel Corriere delle Dame il 13 luglio 1822, in cui si ricordava Costanza come collaboratrice e compagna di Perticari, partì – per opera di Cassi e Cristoforo Ferri, forse innamorati respinti – una campagna denigratoria in cui la si metteva in cattiva luce, presentandola come traditrice e avvelenatrice del coniuge, diffondendo le accuse con un libello manoscritto in 258 copie. In difesa della denigrata Costanza intervenne Giacomo Tommasini che, da lei chiamato a un estremo consulto, pubblicò nel 1823 la Storia della malattia per la quale morì il conte G. Perticari, attestando che la causa della morte era dovuta a un’infiammazione di fegato degenerata in cancro. Pur di riavere i manoscritti di Giulio, che il fratello Gordiano avrebbe voluto vendere, padre e figlia si impegnarono affinché questi potesse usufruire degli eventuali proventi di pubblicazione. Ancora desiderosa di contatti intellettuali e tuttavia tentata di rinchiudersi in convento o di ritirarsi in campagna, Costanza continuò a opporre a tali voci l’immagine di vedova preoccupata solo della memoria e della gloria del marito e gli oggettivi problemi di salute ed economici. Nel 1823 Vincenzo, con scrittura testamentaria, assegnò alla figlia l’amministrazione delle terre conferitele in dote e nella primavera del 1824 la inviò in Romagna a seguire gli ormai compromessi affari di famiglia.

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