Prezzo: disponibile a richiesta
Autore: Marconi, Guglielmo
Titolo: Lettera autografa
Data: 1902

Marconi, Guglielmo: lettera autografa firmata di 7 pagine e mezzo (18 x 11,5 cm.) scritta su carta intestata della R. N. “Carlo Alberto”. Marconi si rivolge al padre il 3 ottobre 1902 da Cadice. Conservata la busta affrancata con indirizzo autografo.

(…) Oggi partiamo per l’Italia ove spero di arrivare lunedì. Non so se lascerò il bastimento a Spezia od a Civitavecchia siccome questo dipenderà dalle prove di telegrafia senza fili che stiamo facendo coll’Inghilterra. Queste riescono molto bene a stupimento di tutti, e qui riceviamo benissimo telegrammi dall’Inghilterra trasmessi tutti i giorni mediante il mio sistema (…) questi si ricevono lontanissimi benché qui siamo a più di 1700 kilometri di distanza ed i telegrammi debbono anche attraversare tutta la Spagna. Appena arrivato in Italia dovrò subito recarmi a trovare il Re che desidera vedermi e che come saprai mi fece tante gentilezze ed onori a Pietroburgo. Dovrò poi andare a Roma per conferire con diversi Ministri circa impianti del mio telegrafo che desiderano fare in Italia (…) Io sto bene grazie a Dio ma ho un po’ troppo lavoro. Siccome dovrò tornare subito nel Canada per inaugurare il mio sistema fra il Nord America e l’Inghilterra, così sarò obbligato a fermarmi il meno possibile in Italia ove spero però di ritornare appena attivata questa comunicazione transoceanica (…)

Per meglio inquadrare la rilevanza storica della lettera di Marconi sopra descritta, ecco quanto scrive Giuliano Nanni: Dopo aver superato la curvatura della terra, con i tre punti della lettera “S” dell’alfabeto Morse inviati via radio attraverso l’Atlantico (collegamento fra Poldhu – Inghilterra e San Giovanni di Terranova – Canada, avvenuto il 12 dicembre 1901), occorreva dimostrare che quei deboli segnali ricevuti, potevano essere utilizzati per comunicare e trasmettere veri e propri messaggi, superando anche gli ostacoli naturali costituiti principalmente dalle scariche elettriche atmosferiche e dalle grandi estensioni di territorio e di montagne frapposte fra le stazioni radio trasmittente e ricevente. L’impresa non si presentava di facile realizzazione; allo scetticismo della comunità scientifica si univa l’avversità dalle compagnie telegrafiche via cavo che vedevano nell’avvento della telegrafia senza fili, anche sulle grandi distanze, una minaccia alla loro sopravvivenza. Per ostacolare il suo progresso nei collegamenti a grandi distanze le Compagnie dei cavi sostennero anche che il funzionamento delle stazioni ultrapotenti, come quella di Poldhu, avrebbero impedito le comunicazioni radiotelegrafiche delle navi con le altre stazioni costiere; queste voci, riprese anche da alcune riviste scientifiche italiane, non si placarono neppure quando Marconi le smentì a più riprese con dati alla mano, in diverse conferenze. L’ambiente in cui Marconi doveva lavorare per sviluppare la sua invenzione non era dunque dei più favorevoli; anzi, molti aspettavano un suo passo falso per poter dimostrare che non era possibile trasmettere fra continenti divisi dall’oceano o fra stazioni con vasti territori, anche montani, interposti. Dovendo recarsi in America per definire gli accordi relativi alle nuove stazioni di Glace Bay, in Nuova Scozia (Canada) e di Cape Cod (USA), Marconi approfittò del viaggio per eseguire nuovi esperimenti. S’imbarcò il 3 febbraio 1902 sul piroscafo americano “Philadelphia”, munito dei più moderni apparati radio costruiti dalla sua società. Durante la traversata dell’Atlantico, scoprì che, con l’aumentare della distanza fra la stazione trasmittente di Poldhu e quella ricevente posta sulla nave, la luce solare aveva l’effetto di limitare la ricezione dei segnali. Gli fu però anche possibile dimostrare, meno di due mesi dopo il successo della prima trasmissione transatlantica, che i segnali erano ricevuti, durante le ore notturne, a distanze anche superiori, fino a oltre 3000 km, e non erano più segnali deboli e confusi ricevuti con una cornetta telefonica, ma erano messaggi veri e propri registrati sul nastro di carta di un normale ricevitore Morse e controfirmati, come testimonianza, dal comandante della nave e da alcuni passeggeri, che assistevano meravigliati ed increduli agli esperimenti che permettevano di ricevere notizie in tempo reale dalla stazione di Poldhu. Giunto a New York, Marconi mostrò ai numerosi giornalisti che erano ad attenderlo sul molo i nastri di carta con la registrazione dei messaggi, ponendo così fine alle polemiche e alle discussioni sulla possibilità di comunicare attraverso l’Atlantico per mezzo della telegrafia senza fili. Il problema delle scariche elettriche dovute alle cattive condizioni atmosferiche che disturbavano la ricezione sui coherer a limatura di metallo fino ad allora utilizzati, fu affrontato da Marconi studiando e costruendo un nuovo tipo di ricevitore, anche per mettere a tacere le insinuazioni di diversi giornali scientifici che tendevano a sminuire il peso delle sue invenzioni, per dare il maggior merito agli inventori del coherer, in particolare al francese Branly e a chi li aveva successivamente perfezionati. Marconi con la sua grande genialità e la sua proverbiale abilità, anche manuale, pensò di applicare questo principio alla telegrafia senza fili e costruì un ricevitore semplice ma molto affidabile. Il prototipo fu messo a punto a Poole, nei pressi di Helston, all’Hotel Haven dove Marconi alloggiava. Come nucleo magnetico furono utilizzati dei fili di ferro fornitigli da una graziosa fioraia di sua conoscenza che li usava per sostenere il gambo dei suoi fiori. Tutta l’apparecchiatura era contenuta in una scatola di sigari vuota, velocemente rimediata dal suo fidato assistente Kemp, ed era composta da due rocchetti all’interno dei quali scorreva la trecciola formata dai fili di ferro magnetizzati da due grandi calamite a ferro di cavallo; a questo apparecchio era collegato il cornetto di un telefono dal quale si udivano i punti e le linee del messaggio trasmesso in alfabeto Morse. Così nacque il “Detector Magneticum” di Marconi, brevettato il 25 giugno 1902 con il n. 10245, e con il quale l’inventore italiano aveva realizzato “il più pratico, il più costante e il più semplice ricevitore radiotelegrafico” che gli permise di abbandonare il coherer a limatura di metallo e di lasciare alle spalle anche le polemiche che esso aveva procurato. Fino ad allora le trasmissioni a grande distanza erano sempre avvenute in mare aperto. Occorreva ora affrontare il problema delle grandi distese di territorio e di montagne frapposte fra le stazioni radio trasmittente e ricevente, approfittando dell’occasione per sperimentare anche il nuovo detector magnetico. Il problema venne risolto con la campagna di esperimenti eseguiti durante la crociera della Regia Nave “Carlo Alberto” diretta a Kronstad, nei pressi di San Pietroburgo, per partecipare alla visita ufficiale del Re d’Italia Vittorio Emanuele III allo zar della Russia, Nicola II. Durante la navigazione, iniziata il 7 luglio 1902 con la partenza da Dover, Marconi eseguì molti esperimenti di ricezione sia con un paio di detector magnetici sia con alcuni apparecchi a coherer per confrontare, sul campo, il funzionamento dei due tipi di apparecchi ricevitori. La migliore qualità del detector magnetico risultò evidente, anche da quanto l’Ammiraglio scrisse sul giornale di bordo e nella relazione inviata al Ministero della Marina: “… di una semplicità estrema di costruzione, esso non ha bisogno di essere regolato, non si sregola mai: fedele e costante ripetitore di ogni segnale radiotelegrafico, non fallisce mai al proprio scopo, come ho potuto personalmente constatare.” Nonostante i buoni risultati del detector magnetico, con il levar del sole si avvertiva la graduale sparizione dei segnali; con l’aumentare della luce solare venivano confermati i problemi di ricezione dovuti alla luce stessa e che ancora non si riusciva a risolvere, tanto da spingere Marconi ad esclamare simpaticamente in dialetto bolognese “boia d’un såul. Chi sa per quanto tempo ci farai tribolare”. Gli esperimenti proseguirono con successo; i segnali, di notte furono ricevuti fino a 2.000 km, nonostante che fra la nave e la stazione di Poldhu vi fossero interposti non solo il mare, come negli esperimenti precedenti, ma anche vaste zone di territori, montagne comprese. Era la conferma che si poteva superare non solo l’orizzonte marino, ma anche gli ostacoli naturali costituiti da ampie zone di territorio e dalle montagne. A Kronstad Marconi ricevette la visita del Re Vittorio Emanuele III e dello Zar Nicola II. Il 23 luglio la “Carlo Alberto” lasciò la Russia per fare ritorno in Inghilterra dove a Portsmouth partecipò ai festeggiamenti per l’incoronazione del Re inglese Edoardo VII. Terminate le cerimonie, la “Carlo Alberto” riprese il suo viaggio verso l’Italia continuando gli esperimenti. Nella notte fra il 3 e il 4 settembre la nave si trovava a Gibilterra a ridosso della grande rocca naturale alta 500 m a strapiombo sul mare e con gli altopiani spagnoli interposti fra la nave e la stazione di Poldhu. Era una prova decisiva per dimostrare la possibilità di trasmettere oltre gli ostacoli naturali, trovandosi la nave in una posizione critica, all’interno di un grande cono d’ombra. Risolti alcuni problemi che crearono grandi apprensioni, finalmente arrivò da Poldhu il messaggio in modo chiaro. Per ironia della sorte il messaggio era una brutta notizia di cronaca: la moglie dello Zar Nicola II, l’imperatrice di Russia, aveva abortito. Dopo la conferma della possibilità di trasmettere a grandi distanze, anche attraverso vasti territori e montagne e l’invenzione del detector magnetico, un altro grande passo era stato compiuto nel continuo progresso della telegrafia senza fili per opera di Guglielmo Marconi: due stazioni radio, una in Europa, l’altra in Canada, erano potenzialmente pronte a trasmettere messaggi commerciali anche a grandi distanze, a costi contenuti, in aperta concorrenza con il telegrafo a filo delle Compagnie dei cavi sottomarini.

Richiedi Informazioni

Il tuo nome (richiesto)

La tua email (richiesto)

Telefono

Il tuo messaggio