Prezzo: disponibile a richiesta
Autore: Fellini, Federico
Titolo: Disegno originale
Data: 1957

Fellini, Federico: inchiostro blu su carta: 30 x 21 cm. Disegno originale nel quale Federico Fellini ha abbozzato alcuni passaggi della famosa scena del ballo “Mambo” nel film Le notti di Cabiria: senza data ma 1957. Memorabile Giulietta Masina nel ruolo di Cabiria che balla il mambo in strada. Insignificanti e leggeri segni d’uso ai margini. Ben conservato. Rari i disegni di Fellini di questa epoca. Provenienza: Nadia Stanchioff, segretaria di Maria Callas e collaboratrice di Fellini durante la realizzazione di Il Casanova.

Maria Ceccarelli, conosciuta come Cabiria, è una prostituta che vive nelle borgate di Roma; donna tenace, linguacciuta e dotata di un grande senso di dignità, eppure fragile e segretamente romantica, ci racconta i volti della Roma anni ’50, tra via Veneto coi suoi vip e i suoi esotici night-club, e le squallide periferie dove gli ultimi vivono sotto terra, nelle umide grotte. Cabiria si riconosce come prostituta perché così vuole essere ma è una gracile donnina con una pelliccetta spelacchiata, un visino tondo dagli occhi spalancati, una zazzeretta da clown che le incornicia il volto, con una borsetta che agita nel vuoto per darsi un contegno: è insomma una caricatura di quelle che Fellini disegnava nel progettare i suoi film; si potrebbe dire quasi che Cabiria è una maschera della Commedia dell’Arte. Cabiria infatti non è una prostituta neppure nell’animo: ha conservato tutta la sua candida ingenuità e spontaneità nel voler credere, senza alcuna diffidenza, a quelle offerte d’amore che essa crede d’incontrare nella sua vita. Reagisce quando si scontra con la malvagità del mondo, con un’alzata di spalle, con una cantata e con un balletto. S’illude che qualcuno possa interessarsi a lei sia pure per una compagnia a pagamento come quella che le offre il mitico divo del cinema Alberto Lazzari che, spinto dalla noia e per fare un dispetto alla sua amante, porta Cabiria, incredula per l’onore di essere stata scelta da così importante personaggio, nella sua faraonica villa da cui sarà allontanata non appena l’amante tornerà a concedere i suoi favori al maturo attore. L’ingenuità di Cabiria si rivela a pieno nella scena dell’ipnotizzatore nel cinema teatro di periferia dove si lascia convincere a salire sul palcoscenico tra i lazzi e le pesanti battute del pubblico romano. È una scena dove si mescolano comicità e compassione per la giovane donna, preda del cinico mago d’avanspettacolo che sfrutta Cabiria per metterne in ridicola luce tutti i suoi sogni infantili di una vita sognata. Il dramma centrale del film è nell’episodio dell’incontro all’uscita del cinema con un uomo che, presentandosi come un umile ma serio borghese, fingendo di non aver capito il vero mestiere di Cabiria, la raggira, approfittando del bisogno d’amore della povera prostituta, chiedendole alla fine di sposarlo. Cabiria vuole credergli ad ogni costo, vende tutto quel poco che ha, la sua unica ricchezza: la casetta abusiva messa su con enormi ed umilianti sacrifici, e si abbandona al fidanzato che naturalmente non vuole altro che il suo denaro e che anzi sta per sbarazzarsene uccidendola, fermandosi solo perché un essere umano come Cabiria non può non suscitare pietà anche in un malvagio. Questa volta Cabiria sembra non farcela a risollevarsi dal colpo ricevuto e pensa d’uccidersi quando, lungo una strada di campagna, incontra una comitiva di giovani che cantano e suonano in allegria e coinvolgono Cabiria nella loro gioia di vivere. Cabiria capisce di non essere sola e torna a credere ingenuamente nella vita, in quella sorta di circo, ci dice Fellini, che è l’esistenza umana.

Le notti di Cabiria. (…) La censura l’aveva proibito e io non volevo che bruciassero i negativi. Così, seguendo il consiglio di un amico gesuita intelligente e forse un po’ spregiudicato, padre Arpa, andai a Genova da un cardinale famoso, considerato uno dei papabili e forse anche per questo assai potente, per chiedergli di vedere il film. In una minuscola saletta di proiezione situata proprio dietro il porto, aveva fatto mettere, al centro, una poltrona comprata il giorno prima da un antiquario, una specie di trono con un gran cuscino rosso e le frange dorate. Il cardinale arrivò a mezzanotte e mezza nella sua Mercedes nera. A me non fu concesso di restare nella sala e non so se l’alto prelato vide davvero tutto il film o se dormì; probabilmente padre Arpa lo svegliava nei momenti giusti, quando c’erano processioni o immagini sacre. Fatto sta che alla fine disse: <<Povera Cabiria, dobbiamo fare qualcosa per lei!>>. E penso che gli sia bastata una semplice telefonata. Qualcuno mi accusò pubblicamente di essere una specie di Richelieu, che invece di combattere alla luce del sole, tramavo dietro alle quinte; per fortuna allora c’era la possibilità di perdere tempo in polemiche di questo genere. Ma insomma, il film fu salvato. A una stranissima condizione, però, posta dal cardinale: che fosse tagliata la sequenza dell’uomo del sacco. (…) L’episodio mi era stato ispirato da uno straordinario personaggio col quale avevo passato due o tre notti in giro per Roma: una specie di filantropo, un po’ mago, che in seguito a una visione s’era dedicato a una particolare missione: raggiungeva i diseredati nei punti più strani della città e distribuiva a tutti cibi e indumenti che teneva in un sacco. Questo ogni giorno. Con lui ho visto cose da fiaba. Sollevando la grata di certi tombini dove immaginavi ci fossero solo fango e topi, trovavi una vecchia che dormiva. Nei corridoi di un suntuoso palazzo in via del Corso, dove adesso c’è il Partito socialista, c’erano dei vagabondi che dormivano fino alle cinque della mattina, fatti entrare di nascosto dal guardiano di notte. L’uomo del sacco conosceva tutti questi posti: a uno faceva una iniezione, all’altro dava da mangiare. Nel film immaginai che Cabiria lo incontrasse sull’Appia Antica, mentre tornava a casa alle prime luci dell’alba brontolando perché un cliente mascalzone non l’aveva pagata. Vedeva l’uomo del sacco scendere da una macchina e avviarsi verso le cave di tufo, fermarsi sul ciglio di una specie di grande voragine e chiamare per nome una donna; da un lurido anfratto usciva allora una vecchia puttana che Cabiria conosceva come la Bomba Atomica, ridotta ormai a condurre una vita da topa. Poi Cabiria accettava di tornare a casa sulla macchinetta dell’uomo del sacco e restava molto colpita dai suoi racconti. Era una sequenzina commovente, ma che fui costretto a togliere; evidentemente in certi ambienti cattolici dava fastidio che nel film ci fosse quell’omaggio a una filantropia del tutto anomala, affrancata da mediazioni ecclesiastiche. E non è ridicolo che il sindaco di Roma, quando uscì Cabiria, protestasse perché avevo messo le puttane in un luogo – la Passeggiata Archeologica – che lui s’era tanto adoperato a render degno della capitale?

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