Prezzo: disponibile a richiesta
Autore: Lombardo, Sergio
Titolo: Progetto
Editore: Artestudio
Data: 1971

Lombardo, Sergio: Progetto di morte per avvelenamento, Macerata, Artestudio, 1971. Scatola in cartone firmata, datata e numerata a pennarello da Sergio Lombardo; veleno sigillato (nicotina); bugiardino con la descrizione degli effetti della nicotina; busta sigillata con scritta “da aprire solo dopo la morte di chi avrà assunto il veleno”: 8 x 4 x 4 cm. Multiplo realizzato da Lombardo dopo la prima esposizione dei Progetti di morte per avvelenamento tenutasi alla Galleria La salita, di Roma, il 2 dicembre del 1970, in 120 esemplari. Una delle opere più significative dell’arte concettuale italiana. In perfetto stato di conservazione. Raro.

Autore di Progetto di morte per avvelenamento del 1970, un’opera che si concretizza nell’offerta allo spettatore di una emblematica scelta tra la vita e la morte, Sergio Lombardo ha dedicato gran parte della sua ricerca all’influenza che la psicologia e l’arbitrio hanno sulla definizione della realtà e della sua rappresentazione attraverso il linguaggio.

Risolvere i problemi posti dalla Sfera con Sirena, in cui il pubblico scaricava la sua aggressività attraverso un comportamento solo inizialmente spontaneo e vario che poi diventava stereotipato e superficialmente ludico, non era impresa facile. In particolare bisognava superare il rapido decadimento estetico consistente nella tendenza di tutte le reazioni del pubblico ad evolversi verso un insulso conformismo mondano. A questo scopo escogitai ed esposi il Progetto di Morte per Avvelenamento (galleria La Salita, Roma 1970; Accademia di Belle Arti, Vienna 1970; Galleria Paramedia, Berlin 1971; Galleria Christian Stein, Torino 1971), un lavoro che rende l’interazione molto impegnativa e pericolosa. Un flaconcino di nicotina grezza si trova vicino ad una busta sigillata, sulla busta si legge: “Aprire questa busta dopo la morte della persona che avrà assunto il veleno”. L’opera è un progetto che può suscitare reazioni contrastanti e complesse. Non è un’istigazione al suicidio o all’omicidio, come qualche persona emotivamente instabile potrebbe temere, tuttavia pone il problema della morte e della possibilità di sceglierla volontariamente. Quali potrebbero essere le cause che conducono a questa scelta? Quali potrebbero essere gli stati d’animo e i ripensamenti una volta che venisse attuata? Credo che tutti abbiamo sentito dentro di noi il brivido di questi pensieri, ma li abbiamo rapidamente rimossi. Che c’è nella busta? Perché deve morire qualcuno prima che si possa aprire? Domande che necessariamente devono rimanere senza risposta, e per questo condurre ad altre domande. Per soddisfare la mia curiosità sarei disposto a distruggere l’opera contravvenendo alla sua ineludibile prescrizione? L’interazione qui è decisamente spostata sul piano mentale, anche se rimane la possibilità estrema dell’azione. Possibilità estrema e definitiva, che presuppone comunque l’evento mentale e che si configura dal punto di vista clinico come un acting out, messa in atto nevrotica, o psicotica, di bisogni non elaborati. Azione di morte che nega l’opera come Progetto di morte, e che chiunque potrebbe più comodamente attuare acquistando dal tabaccaio sotto casa un semplice pacchetto di sigarette, il cui contenuto di veleno, se ingerito, è sufficiente a uccidere in pochi minuti sei persone (Fühner 1955). Quest’opera, nella sua perentoria sintesi, riconduce l’interazione al suo significato limite: l’interazione puo avvenire per un gioco superficiale o per un coinvolgimento profondo, può essere volontaria o involontaria, può essere distruttiva o costruttiva. Comunque qualsiasi interazione profonda implica un progetto, uno scopo, un impegno affettivo, una relazione. L’interazione dunque deve avvenire prima di tutto all’interno di relazioni fra esseri umani e deve implicare un forte impegno psicologico, deve provocare un apprendimento, un’evoluzione della persona. L’interazione deve diventare mentale, psicologica. Non solo e non più semplicemente fisica. Non solo e non più solo ludica, o ricreativa, o piacevolmente estetica. Sulla base di queste considerazioni, dopo il 1971 l’interazione diventò meno occasionale, furono definite le regole d’interazione e lo spazio della galleria diventò un laboratorio scientifico, per produrre spontaneità, conoscenza e relazioni umane. Diventò un libero laboratorio di Psicologia dell’Arte, frequentato da artisti e scienziati, che dopo qualche anno prese le sembianze ufficiali dell’Associazione Jartrakor, con funzioni editoriali, di ricerca scientifica e di esposizione, ma senza scopo di lucro. La critica d’arte e la stampa, ormai completamente naufragate sul piano dell’interpretazione teorica, affrontarono i Progetti di Morte per Avvelenamento solo dal punto di vista scandalistico e molti si indignarono per il fatto che dei “veri” veleni potessero costituire materiale artistico, nonché per il fatto che gli stessi potevano mettere in pericolo il pubblico. In una mostra ufficiale d’arte italiana contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Vienna, in quel periodo occupata dagli studenti, vi furono degli happenings improvvisati. Uno studente si spogliò dicendo di volersi tuffare nel Mare di Pascali, un altro studente finse di bere il veleno del mio Progetto di Morte per Avvelenamento. Alcuni critici d’arte, attraverso la stampa e senza neanche conoscermi, mi fecero un’analisi selvaggia e mi attribuirono una personalità adatta ai personaggi di Agatha Christie. Il critico Giorgio de Marchis, forse il più distaccato e oggettivo, scrisse:

“Tra i giovani artisti romani dell’ultima generazione Sergio Lombardo ha avuto sempre una posizione di outsider e di provocatore. Artista di testa e di scarse grazie poetiche ha preceduto o radicalizzato sul piano intellettuale le evoluzioni stilistiche dei suoi colleghi, trovandosi spesso isolato” (1970). Berenice di Paese Sera colse solo l’aspetto scandalistico e mondano della mostra di Vienna: “Fra le cose esposte figurava anche un “Progetto di morte per avvelenamento” di Sergio Lombardo, l’artista che fece chiasso all’ultima Biennale esponendo sfere a sirena che con il loro urlo, udibile nel raggio di un chilometro, angosciarono e misero in allarme non poche persone… Lo studente… ne ha assaggiato il contenuto. Un istante dopo era impallidito, sudava freddo e rovesciava gli occhi come Santa Cecilia martirizzata… La polizia criminale, avvertita subito, ha sequestrato il capolavoro di Lombardo” (27 marzo 1971). L’on Bernardi colse l’occasione offerta dall’interpretazione mondana di Berenice per fare un’interpellanza alla Camera dei Deputati: “… Secondo notizie di stampa, un visitatore, colpito e insieme incredulo dinanzi alla “Nicotina Grezza” esposta dall’artista Sergio Lombardo, ha stappato la boccettina e voluto assaggiare il contenuto, riportandone un immediato malessere su cui sta indagando – evidentemente insensibile all’autonomia dell’arte – la locale polizia criminale…” (Bernardi 1971). In seguito a quella interpellanza, Il Messaggero del 3 aprile 1971 commentò: “Dopo Piero Manzoni, Sergio Lombardo. L’onorevole Bernardi, democristiano, ha trovato nell’arte moderna un filone inesauribile per le interrogazioni in Parlamento. A poche settimane dall’inizio della polemica non ancora esaurita sui barattoli di “merda d’artista” di Piero Manzoni, il nuovo spunto gli è offerto da un incidente avvenuto a Vienna … Sergio Lombardo, il giovane autore, non è nuovo a trovate artistiche di questo tipo. All’ultima Biennale di Venezia aveva esposto numerose sfere colorate di grandi dimensioni che al minimo tocco emettevano un sibilo assordante”. Una riflessione criticamente più articolata si trova in un articolo di Luigi Tundo (1971). Oltre al tentativo di proporre un approfondimento psicologico del rapporto col pubblico e al tentativo contestuale di evitare che questo rapporto si limitasse ad uno spettacolo scandalistico, ludico, finto, i Progetti di morte per Avvelenamento, mettono in crisi radicalmente la stessa teoria dell’interazione così come era stata fino ad allora formulata dalle avanguardie. Il problema dell’Opera aperta (Eco, 1961) passava in secondo piano, diventava un semplice problema formale, stilistico, che non riguardava più il valore dell’opera, nè l’appartenenza all’avanguardia. Da questo momento in poi, infatti, non si parlerà più di interazione col pubblico in senso ludico, di Happening che finisce in una festa, o in un’orgia liberatoria, come accadeva negli anni Sessanta. Ormai la discriminante sarà sempre più se l’interazione è pericolosa dunque è un evento reale, oppure se è solo intrattenimento teatrale. Alcuni artisti più giovani tenteranno in seguito di proseguire la ricerca dell’interazione pericolosa (AA.VV. Danger Art, 1978), specialmente a partire dalle sperimentazioni sul corpo fisico inscritte nel filone della Body Art (Vergine, 1974), fino alle esperienze estremali del Corpo Postorganico (Macrì, 1996). Ma per me, con i Progetti di Morte per Avvelenamento, la sollecitazione di una scelta consapevole fra un progetto di vita e un progetto di morte aveva raggiunto il suo limite estetico invalicabile e non poteva più essere approfondita senza regredire nel comportamento psicotico, nel comportamento criminale, o nel terrorismo. Intorno al 1970 la mia ricerca si estese in varie direzioni, in controtendenza con l’ambiente culturale italiano, che rinnegava la ricerca e regrediva irrimediabilmente verso l’Anacronismo, il Postmoderno e la Transavanguardia (…)

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