Prezzo: disponibile a richiesta
Autore: Bilenchi, Romano
Titolo: Vita di Pisto
Editore: Il Selvaggio
Data: 1931

Bilenchi, Romano: Vita di Pisto, Torino, Il Selvaggio, 1931, 12,5×19,5. Brossura editoriale; pp. 127, (1). Una fotografia (Bardi Giuseppe detto Pisto) e 10 illustrazioni. Il libro fu posto sotto sequestro. Rara edizione originale in eccellente stato di conservazione di questo fragile libro, intatto in tutte le sue parti.

Un romanzo deve cogliere lo spessore della vita, che è fatta di oggetti e di eventi concreti, ma anche di sogni e d’immaginazione. L’importante è cogliere quei rari momenti di turbamento, di emozione in cui l’uomo riesce ad ascoltarsi vivere, a prenderne coscienza… Scritto nei primi anni Trenta, Vita di Pisto, poi rinnegato da Bilenchi, fu un tipico prodotto di Strapaese, di quel fascismo problematico che vedeva nell’aurea rivoluzionaria del movimento una spirale di libertà alla dittatura borghese. L’antiparlamentarismo sovversivo fu una componente fondamentale del fascismo della prima ora, specie di quello toscano, che molto influenzò scrittori come Vittorini e Pratolini, e che aveva alle spalle tutta una tradizione anarchica e antiborghese da cui trasse alimento il fascismo toscano. Fu il cosiddetto “fascismo di sinistra”, nato in questa temperie, fatto di fermenti e di idee che poi si trasferiranno pari pari nell’adesione di molti intellettuali fascisti al comunismo.

Sono nato in provincia di Siena, a Colle Val d’Elsa, il 9 novembre 1909. Sono nato in mezzo a una fabbrica, da una famiglia di piccoli industriali; ma mio padre era socialista e la strada su cui si affacciava la fabbrica è ancora una delle più belle d’Italia. Appena mi portarono in giro, la mia strada si svolse fra Firenze e Ansedonia. In primavera, verso sud, si copriva di ginestre e di fiori rossi; d’estate veniva quasi cancellata dalla campagna folta e verde. In autunno e d’inverno diventava padrona della terra, più frettolosa, e si avviava al mare lontano trascurando i campi violacei o rossi e la bruna macchia mediterranea. Ho imparato molto da questa strada. Da lei mi giungevano le fate e l’orco, gli sbirri e gli zingari; ma vi ho anche visto mio padre e gli operai della fabbrica aizzare un cane, un grifone spagnolo, mio compagno di giochi, contro il prete di una frazione vicina, che ogni due o tre giorni passava di lì per recarsi in paese. Il prete si difendeva a calci e, sempre, finiva per cadere in una folta macchia di biancospino, di rovi e di sanguigne che costeggiava un campo dinanzi alla fabbrica. Su quella strada ho visto anche gli operai venire a rissa con gli altri padroni che erano parenti di mio padre (…)

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