Prezzo: disponibile a richiesta
Autore: D'annunzio, Gabriele
Titolo: Ode nazione serba
Editore: in proprio
Data: 1915

D’Annunzio, Gabriele: Ode alla nazione serba, Venezia, a spese dell’autore, 1915, 20 x 14, 5 cm. Brossura editoriale editorialmente non legata al corpo del libro: il libro infatti è cucito con punto metallico centrale, mentre la brossura non ha segni di cucitura; pp. 38, (2) stampate su pregiata carta forte. Al retro della prima carta bianca il motto Ne relentescat. Frontespizio stampato in caratteri rossi entro cornice. Secondo frontespizio con cornice nera riccamente decorata al cui interno in caratteri rossi vi è la scritta: Ode. Hinc spes. Capilettera rossi. Testo inserito entro cornice rossa. All’ultima pagina, prima delle note: E v è un Iddio. L Iddio nostro. XVI Novembre MCMXV ed incorniciata in una corona di lauro nera, in rosso: Non coronabitur nisi qui legittime certaverit. Al retro della prima carta bella dedica autografa scritta con inchiostro nero e firmata con inchiostro rosso di Gabriele D’Annunzio al giornalista e scrittore G. O. Gallo: 1916. Esemplare in eccellente stato di conservazione. Edizione originale, rara.

Nel 1915 d’Annunzio, sollecitato da Luigi Albertini, scrisse per il “Corriere” un’ode in difesa della nazione balcanica. Da poco più di cinque mesi l’Italia è in guerra con l’Austria. Sul Carso e sull’Isonzo l’esercito guidato da Luigi Cadorna ha già subito gravi perdite. Gabriele d’Annunzio è tornato dall’esilio volontario in Francia per spingere l’Italietta meschina e pacifista ad abbandonare la sua iniziale neutralità. Ora ne vuole diventare il poeta – soldato. Alla villa del Vittoriale è impegnato su due fronti: di giorno intrattiene Melitta, la focosa amante del momento; di notte si siede alla scrivania per comporre un’ode commissionata all’inizio del mese dal direttore del Corriere della Sera. Sul diario confessa i suoi turbamenti di intellettuale angosciato da un tremendo tedium vitae: Penso ai Serbi e a Marco Cralievic. Onde liriche… Il rombo del cannone è lontano. La vita energica è laggiù, come dileguata da me per sempre. Ho sotto mano i canti epici serbi: “S’alzò di Cossovo una fanciulla / s’alzò per tempo in dì di domenica / Domenica, prima del chiaro sole…“. I versi che fanno sognare d’Annunzio sono i Canti popolari illirici del Tommaseo. Il Cralievic che lo affascina è il celebre eroe medievale serbo, simbolo della resistenza contro l’invasore straniero. E il Cossovo che turba le notti del Vate è la terra sacra alla coscienza serba: è lì che, nel 1389, l’intera nobiltà serba si era sacrificata in battaglia nel tentativo – fallito – di fermare l’esercito ottomano, cambiando per sempre la storia dei Balcani. Il 16 novembre d’Annunzio termina di scrivere la poesia. E’ lunga, ricca di riferimenti mitologici. E molto patriottica. S’intitola Ode alla Nazione Serba. L’ode viene pubblicata sul “Corriere” accanto ad un reportage dell’inviato Arnaldo Fraccaroli dal titolo Gli strazi della Serbia invasa. Per d’Annunzio è proprio l’Austria il nemico mortale dal quale si deve guardare l’Impero dei Latini, sognato dal poeta come un’unica nazione che unificherà il Mediterraneo e i Balcani sotto la guida di Roma. Per il momento tuttavia, incombe l’amara realtà del conflitto. E gli austriaci vengono descritti così : Il boia d’Asburgo, l’antico / uccisor d’infermi e d’inermi, / il mutilator di fanciulli / e di femmine. Così d’Annunzio incita i serbi a tener duro contro gli austriaci in nome di quel Marco Cralievic che teneva duro contro i Valacchi. E pochi anni dopo, quando il poeta occupa Fiume, tra i suoi legionari ci sono diversi serbi che gli restituiscono il favore.

A Luigi Albertini si deve l’ingresso di d’Annunzio in grande stile nel “Corriere”. Nella veste ricattatoria di curatore del fallimento che ha costretto il Vate all’espatrio (sommerso dai debiti, nel 1910 ripara ingloriosamente in Francia), Albertini ha avuto buon gioco nell’accaparrarsi il collaboratore d’eccezione che gli consegnerà a cadenza settimanale le Faville del maglio. Mille lire al brano: l’alto compenso è senza precedenti e salirà a duemila lire quando con la guerra di Libia, fra il 1911 e il 1912, d’Annunzio scrive per il “Corriere” le Canzoni di gesta d’Oltremare. Grazie alla firma prestigiosa la tiratura raggiunge le 700.000 copie e talora le supera sfiorando il milione. Non possono ora, dopo che il “Corriere” ha appoggiato l’intervento, mancare i versi del Vate. Che invece rilutta: si dice risoluto a comporre la sua opera piu’ bella non con le parole ma con le vite umane. Insiste: non scriverò finché non avrò avuto il battesimo del fuoco, e intanto si appresta a volare su Trento e Trieste. Albertini alza allora la posta e offre tremila lire per ogni componimento – una cifra allettante. Siamo nel novembre 1915, in una spettrale Venezia dove si respira aria di morte. Una venticinquenne napoletana, malmaritata, bionda e leziosa è il doping indispensabile per la scrittura. D’Annunzio la porta in gondola fra le nebbie della laguna e lei è nuda sotto la pelliccia… Farò la mia cantata concede ad Albertini e poi, come i canterini girovaghi, penderò il cappello e pioveranno le palanche.

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