Prezzo: disponibile a richiesta
Autore: Dossi, Carlo
Titolo: I mattoidi
Editore: Sommaruga
Data: 1884

Dossi, Carlo: I Mattoidi al primo concorso pel monumento in Roma a Vittorio Emanuele II. Note di Carlo Dossi, Roma, Sommaruga, 1884, 20 x 12 cm. Legatura novecentesca in cartone marmorizzato con titolo su tassello al dorso; conservate le copertine in brossura originale all’interno del volume; pp. 116. Copertina anteriore in brossura un po’ sciupata. Esemplare in barbe in ottimo stato di conservazione. Edizione originale, non comune.

Stampato nell’ottobre del 1883, a dispetto del frontespizio, il libro ebbe una tiratura di 1.000 esemplari stampati su pregevole carta rosata, contenente cinque bozzetti che, come ebbe a descriverli Dante Isella, guizzano a pieno foglio in agile chiaroscuro, mimando gli inani motti dei concorrenti. Ancor più rara la copertina, aperta sul piatto anteriore da un’audace prospettiva allegorica: sui travi di un’antica capriata si legge, in primo piano, per maiuscole sghembe: LA PAZZIA AL I° CONCORSO PEL MONUMENTO IN ROMA A VITTORIO EMANUELE; il tarlato telaio pericola su due distinti sostegni: a sinistra, una catasta di emblemi (un calice, una storta, il libro dell’Apocalisse altri antichi volumi, un teschio, una pendola, fiori secchi e farfalle); a destra, un diruto piedritto dorico (rivestito di rovi e inciso da insulsi calcoli matematici). Già potrebbe bastare; e invece, alla base della catasta, ecco ancora un cassone in forma di gabbia, etichettato dall’editore Sommaruga (sopra il coperchio una tartaruga e un moscone; dietro le sbarre, un ghigno scimmiesco). Dirimpetto, al piede della colonna, un setaccio scorciato porta scritto Carlo Dossi (lo innaffia dall’alto una bocca di moro); nei pressi un baffuto signore tiene in testa una scarpa e al ginocchio un cilindro, puntando col calcio del fucile un quieto gufo fra i travi. Ruota quindi, in limine, un mappamondo mentale: l’emisfero inferiore è tenuto da Mediocrità, quello superiore da Follia e Cretinismo (quasi in pari porzioni), restando minuscolo l’isola del Genio. Al di là del curioso edificio, in lontanante chiaroscuro, nuovi emblemi e figure: un pescatore in poltrona allama un barcaiolo più alto dell’arcata di un ponte; fra aguzze alpi si affaccia un ciuco, mentre un trenino sale una china col vapore che sbuffa a rovescio; e finalmente l’ebbro volo d’un fiasco-mongolfiera in un cielo di fiaba (cometa, luna e sole bislunghi, Diana e Mercurio). Insomma “un pandemonio, un novissimo rebus” come notava Gian Pietro Lucini (…)

Spassosissimo scritto di Carlo Dossi che trae ispirazione dal concorso indetto dallo stato italiano nel 1882 per erigere un monumento alla memoria di Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia, a Roma. Per quello che è oggi il Vittoriano, non venne trovato alcun vincitore (sarà infatti indetto un secondo concorso), ma il Dossi che era presente a Roma, ebbe l’occasione di seguire tutto l’iter del concorso notando, e commentando ironicamente, i vari progetti presentati per l’occasione. Al concorso, libero, parteciparono 239 persone con altrettanti progetti. Il titolo “I mattoidi” è volutamente provocatorio da parte dello scrittore che con questo termine intende riferirsi a quei “pazzi” che ebbero idee così malsane” da presentarle al governo italiano, creando una “galleria degli orrori. A parte infatti pochi progetti seri di professionisti, il Dossi se la spassa passando in rassegna la maggior parte dei progetti, definiti un “Cottolengo monumentario”, per la quantità di architetti improvvisati che proposero archi e colonne, torri e urne o persino piramidi senza verificarne il rapporto di staticità ed e la distribuzione dei pesi, senza avere la menoma idea di architettura. La rabbia del Dossi si tramuta letterariamente in ironia e pertanto l’autore si lascia andare a commenti liberi sui vari progetti: (…) Èccomi a voi, pòveri bozzetti fuggiti od avviati al manicomio, dinanzi ai quali chi prende la vita sul tràgico passa facendo atti di sdegno e chi la prende, come si deve, a gioco, si abbandona a momenti di clamorosa ilarità. Chiusa la gara, attribuiti gli onori, se non del marmo, della carta bancaria a un progetto che all’arte contemporanea fà ingiuria ed è dell’antica una parodìa, menzionate con lode ufficiale la impotenza accadèmica e la mediocrità intrigante, raccomandato a qualche linea di giornale il ricordo dei cattivi e de’ buoni, di voi soli – aborti forse di geni ammalati – traccia non rimarrebbe. Ma io vengo a voi, mostriciàttoli della fantasìa, vengo a raccògliervi nei baràttoli del mio spìrito, a collocarvi nel musèo patològico de’ scritti mièi (…)

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