Prezzo: euro 85
Autore: Malerba, Luigi
Titolo: Salto mortale
Editore: Bompiani
Data: 1968

Malerba, Luigi: Salto mortale, Milano, Bompiani, 1968, 21 x 12 cm. Brossura editoriale; pp. 236, (4). Dedica autografa firmata e datata (1968) di Luigi Malerba al poeta Gian Piero Bona. Lievi arrossature alle prime ed ultime carte. Edizione originale.

Con Salto mortale Luigi Malerba continua a mascherare il Nulla, a vestirlo di migliaia di parole e a far alzare la testa al lettore, a farlo guardare in alto con ammirazione e sorpresa, perché non cada nella tentazione di gettare un’occhiata all’abisso sotto di lui. È essenzialmente un lungo estenuante brusio, una nota sorda e ininterrotta che tutto avvolge e tutto comprende, un vortice di parole che ne nascondono altre e che fanno da involucro ad altre ancora. La trama, quel poco di trama che è possibile rintracciare, svolge quasi un ruolo disturbante. Ha forse la funzione di confondere le idee, e ci riesce bene perché l’apparente caoticità narrativa è in realtà un’architettura meticolosamente costruita; cattura il lettore che si appassiona alle vicende del cercatore di metalli «Giuseppe detto Giuseppe» e che, se non sta ben attento, rischia di sorvolare su tutto il resto. Sul non detto, sul rumore monotono e indefinito e su ciò che esso racchiude o cela. Insomma, su quello che davvero conta. Ma cos’è, per entrare un po’ più nello specifico, che davvero conta? Lo spirito demistificatore e beffardo che si fa gioco dei meccanismi classici della letteratura poliziesca e del dramma amoroso, tanto per dirne una. Perché in Salto mortale gli ingredienti del giallo ci sono tutti: un uomo accoltellato in mezzo a un prato, i sospetti del protagonista – su tutto e su tutti, lungo gli infiniti sentieri dettati dalla sua “ossessione dietrologica” – e la polizia che «fa quello che può cioè non fa niente non c’è niente da fare». Non manca neppure la donna amata (il cui nome cambia continuamente: Rosa, Rosalba, Rossana eccetera), sebbene ricopra un ruolo piuttosto passivo e si muova, in un certo senso, dietro le quinte. Del resto, neanche il paranoico Giuseppe è il tipico protagonista. Almeno a livello fattuale, non ha la forza sufficiente per guadagnarsi il centro del palcoscenico. Praticamente non compie azioni, tutto si svolge a livello mentale. Sono soltanto i suoi monologhi deliranti, le sue supposizioni contraddittorie e irrealistiche a gonfiarsi a dismisura, a farsi materiche con la loro ingombrante presenza, a rendersi protagoniste. Spirito beffardo, dicevamo, perché delle strutture tipiche di certa letteratura rimangono soltanto gli elementi più superficiali. Si consuma un delitto, sì, ma l’autore non permette al lettore di adagiarsi pregustando la solita evoluzione che conduce con relativa facilità allo smascheramento del colpevole. È presente la figura femminile, sì, ma non innesca le parole d’amore prevedibili e previste in ogni storia d’amore che si rispetti. Malerba utilizza le strutture generali di tali tipi di narrativa, ma fa saltare gli ingranaggi al loro interno. C’è il gusto di deludere le aspettative del lettore, certo, ma c’è soprattutto il rifiuto di codici logorati dal troppo uso. Così come è ben presente il rifiuto, per gli stessi motivi, per la parola – che però, forse per reazione, è debordante ed eccessiva, ostinatamente presente fino a farsi entità fisica, corporea – che, priva di capacità espressiva e financo comunicativa, si fa cicaleccio e ronzio. «Questo ronzare questo ronzio» è uno dei leit-motiv del romanzo (Marco Giorgerini)

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