Prezzo: disponibile a richiesta
Autore: Sbarbaro, Camillo
Titolo: Bolle di sapone
Editore: Scheiwiller
Data: 1966

Sbarbaro, Camillo: Bolle di sapone, Milano, Scheiwiller, 1966, 7,5 x 6 cm. Brossura editoriale con sovracoperta; pp. 53, (3). Volume impresso per festeggiare i 78 anni di Camillo Sbarbaro. Edizione originale.

Bolle di sapone sono una raccolta di pensieri sparsi, ove la meditazione sorvegliata e contenuta sotto veste poetica si apre all’umorismo più caustico o alla satira più salace o alla sentenza più sapienziale … (Francesco Mattesini)

L’esperienza prosastica di Sbarbaro fu quella che resse nel tempo: oggi lo si ricorda soprattutto come un poeta che volse subito alle prose, coltivandole per tutta la maturità e ancora in età senile in forme molteplici, dalla notazione riflessiva a quella impressionistica, dal semplice frammento alla prosa d’arte. Questa sezione della produzione sbarbariana è tutta uno stillicidio di pezzetti lucenti, un assortimento di minuti pensieri: dopo i Trucioli ecco i Fuochi fatui e gli Scampoli, cui seguirono i tanti volumetti lillipuziani che, in occasione dei compleanni del poeta, l’amico Scheiwiller gli pubblicava: Gocce, e Nuove gocce, Contagocce, Bolle di sapone, Quisquilie. Insomma: lo Sbarbaro successivo a Pianissimo è una forza espressiva che inclina alla coscienza critica, sia dell’arte che della vita. L’anima lirica resta, ma si fa prosaicamente lirica, a tratti anche saggisticamente lirica, e acquista una gioia nuova. In un Ricordo di Sbarbaro apparso sul «Corriere della Sera» nel novembre 1967, Montale scrisse che l’impressione sollevata dal poeta era quella di un uomo riuscito e felice: «La sorte gli aveva concesso il dono dell’espressione e tanto gli bastava». Una sensazione che esce confermata anche dalla testimonianza di Enrico Falqui, che definì la prosa di Sbarbaro: scrittura disadorna, scabra, “petrosa”, ma fluentemente musicale e incardinata in un buon sistema di significazione. Immerso nella materia della vita, Sbarbaro non meditò sulla scrittura se non quando iniziò per lui il declino e vide che l’espressione gli giungeva come un dono. Anche per Sbarbaro giunse una meditativa epoca di ripiegamento, ma ebbe l’accortezza di conservare, nella prosa, la vena lirica ed evitò così di fare, del ripiegamento, una caduta franosa.

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