Hemingway, Ernst: Across the river and into the trees, London, Cape, 1950, 20 x 13 cm. Tela editoriale con sovracoperta; pp. 254, (4). Lieve scoloritura al dorso della sovracoperta per esposizione alla luce; qualche marginale traccia d’uso alla sovracoperta, ma esemplare ben conservato. Edizione originale, in prima tiratura, stampata qualche settimana prima di quella americana.
Un colonnello americano cinquantenne reduce di due guerre mondiali è follemente innamorato di una giovanissima nobildonna veneziana. Un’antica ferita di guerra, occorsagli trent’anni prima nella campagna veneta di Fossalta, si è riacutizzata e mina la sua salute. Tra l’Hotel Gritti e l’Harry’s Bar, tra la laguna e i palazzi della buona società, il protagonista va incontro alla più difficile delle esperienze umane, la morte. Con i suoi disperati modi di dire, di fare, di bere, di distruggersi con dolcezza, l’ufficiale rappresenta l’ennesima maschera dello stesso Hemingway che, giunto alla maturità, inizia a sentire tutto il peso della propria vita. Di là dal fiume e tra gli alberi non ha ricevuto un’accoglienza entusiasta da parte della critica. Esso infatti è stato definito un romanzo troppo emotivo, con una trama statica ed una prosa involuta rispetto alle precedenti opere di Hemingway, un’autobiografia inadatta dell’autore, che presenta Cantwell come triste e fragile soldato. Hemingway, secondo Backer, era profondamente ferito dalle recensioni negative, specialmente perché sapeva che conoscenti ed amici a lui vicini erano fondamentalmente d’accordo con la maggior parte dei giudizi poco entusiasti del libro; anche la moglie Maria disapprovava il romanzo ed a suo tempo dichiarò: “…Ho tenuto la bocca cucita. Nessuno mi aveva eletto recensore di mio marito”. Il romanzo tuttavia fu rivalutato dalla critica più recente. John O’Hara ad esempio scrisse sul New York Times che Hemingway era il più importante scrittore vivente, il più talentuoso dopo Shakespeare, e che “Di là dal fiume e tra gli alberi” era un’altra sua memorabile opera. Anche Tennessee Williams sempre nel New York Times definisce il romanzo di Hemingway “il migliore e più onesto lavoro che abbia fatto”, il quale merita di diventare un libro popolare nonostante i critici lo trattino piuttosto superficialmente.
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