Prezzo: euro 150
Autore: Giudici, Giovanni
Titolo: La vita in versi
Editore: Mondadori
Data: 1965

Giudici, Giovanni: La vita in versi, Milano, Mondadori, 1965, 19 x 12,5 cm. Brossura editoriale con alette; pp. 184, (8). Dedica autografa firmata di Giovanni Giudici al poeta visivo Lamberto Pignotti. Edizione originale.

Libro cosiddetto della svolta nella poetica di Giudici, La vita in versi è il titolo programmatico della raccolta con la quale Giovanni Giudici era riuscito dopo le prime prove poetiche a ritagliarsi una propria riconoscibile fisionomia letteraria, a metà degli anni Sessanta, quando s’imponevano neoavanguardia da una parte ed esperienze alternative all’apice della maturità (Luzi con Nel magma e Sereni con Gli strumenti umani) dall’altra, tanto che ancora oggi rimbalza di presentazione in presentazione per introdurre a quella sorta di alter ego un po’ fantozziano messo sulla scena poetica dall’autore: un impiegato alle prese con tutte le difficoltà economiche che mettono a repentaglio il decoro sociale, animato da qualche velleità di ribellione immediatamente frustrata, vittima di complessi e sensi di colpa che gli derivano anche dalla giovanile e un po’ bigotta educazione cattolica ricevuta in collegio, desideroso di trasferirsi in campagna ma attratto dalle comodità che la città gli offre, tentato dalla sublime avventura della poesia ma radicato in un ruolo di adesione al destino delle classi subalterne, improvvisamente animato da fantasie erotiche e regressioni infantili, e così via. Ma, a ben vedere, adattandosi alla sigla del suo primo libro importante, si rischia di lasciarsi guidare da un fantasma di poetica tanto evidente ed emblematico da risultare in qualche modo addirittura prevaricante rispetto alle effettive prove testuali. Dietro la volontà di costruire un moderno canzoniere, la fantasia creativa si agita infatti in una dialettica, tra vita e versi appunto, che non soltanto non risulta, a quella altezza, ancora risolta, ma che forse non è andata componendosi in una quieta sintesi nemmeno in seguito. Si noti poi, sempre nei confronti del titolo, la scelta lessicale che prevede indicati i «versi» e non la «poesia», opzione che sarà certamente dovuta a contingenze di scrittura, ma che pure fissa il tenore anti lirico di Giudici, tenore caratteristico di un modo di rapportarsi alla prosa, al fine di riconquistare posizioni di dicibilità nei confronti del reale, comune in quel particolare frangente all’autore-tipo dell’epoca, sempre più engagé. La trasposizione letteraria della propria biografia e con essa della propria condizione storica, sottende in Giudici un rapporto ambivalente con la materia – linguistica e psicologica – da trattare, che contrappone simulazione e verità in un gioco di rispecchiamento fra diversi registri, l’ironico e il tragico, il comico e il sublime, originando una disposizione verso il segno che da affabile nonchalance potrà infiammarsi fino al vero e proprio corpo a corpo con la lingua e le istituzioni letterarie.

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