Palazzeschi, Aldo: Il codice di Perelà. Romanzo futurista, Milano, Edizioni Futuriste di “Poesia”, 1911, 18,5 x 12,5 cm. Brossura editoriale; pp. 277, (11). Menzione fittizia di 7° migliaio in copertina. Qualche lieve puntino di fioritura in copertina, ma esemplare fresco, integro, compatto, in ottimo stato di conservazione. Edizione originale.
Il romanzo reca la seguente dedica: Affettuosamente dedico: al pubblico! quel pubblico che ci ricopre di fischi, di frutti e di verdure, noi lo ricopriremo di deliziose opere d’arte. Palazzeschi tiene molto al suo nuovo lavoro e ne parla in questi toni in una lettera a Marinetti: (…) E’ un romanzo pieno di idee grandiose, pieno di ardimento e con tali situazioni voluttuose da potere costituire un successo clamoroso… Marinetti insiste perché alla presentazione del romanzo a Milano sia presente anche il reticente scrittore; il 16 marzo Palazzeschi, a malincuore è a Milano, per il servizio stampa e per la firma delle copie omaggio, come insistentemente gli aveva richiesto il fondatore del futurismo. Palazzeschi rimane però saldo nel proposito di non firmare gli omaggi: (…) questa volta non mando omaggi neanche a una persona. Quelli utili li manderà lui (Marinetti) come crede ma come “omaggi dell’editore”. Tutti quei bigliettini e letterini che tali omaggi con dedica provocano mi danno sui nervi in una maniera straordinaria. Tanto non servono neanche per pulircisi il culo… Il libro è pubblicato per intero a spese dell’autore che si accolla l’esborso di mille lire per mille copie in sette rate. Il romanzo trae linfa e vitalità da un impulso inventivo di cui sembra pervaso Palazzeschi, un repentino scatto immaginativo del poeta saltimbanco che converte in originale scrittura romanzesca i guizzi e i lampi della sua fantasia incendiaria. Narrazione senza narrazione, assenza di un protagonista “a tre dimensioni”, sostituzione della voce narrante con il futile cicaleccio della folla: questi gli elementi che inducono a considerare Il codice di Perelà uno stupefacente esperimento di “antiromanzo” che destruttura il canone narrativo classico, eludendo programmaticamente i principi di verosimiglianza e di causalità.
Il gusto del divertissement e dello sberleffo si traducono, sul piano stilistico, nella teatralizzazione: costante il parlato teatrale, continui i dialoghi e i monologhi, lunghissime le sequenze di battute attraverso cui i personaggi intrecciano le loro voci come un coro. Burlesche e trasgressive le tematiche: la feroce ironia demolitrice di Palazzeschi ribalta con scherno l’ordine costituito e le convenzioni, il perbenismo e la scioccaggine della società. La vicenda è singolarissima: Perelà è un omino di fumo e scende dalla cappa del camino, dove ha vissuto per trentatré anni, dopo la morte delle tre madri centenarie – Pena, Rete e Lama, dalle cui iniziali deriva il nome – che tenevano alimentato il fuoco per lui. Indossati un paio di stivali, unico elemento solido del suo corpo volatile, Perelà va alla scoperta della città del Re Torlindao. Accolto a corte con tutti gli onori e incaricato di redigere un nuovo Codice di leggi, Perelà si cala nella vita quotidiana del regno di Torlindao ma quella stessa “diversità” che lo aveva favorito è motivo di disgrazia. Nel tentativo di imitarlo, infatti, il domestico Alloro si dà fuoco e muore, Perelà, processato e condannato, si salva fuggendo attraverso il camino, abbandonando gli stivali. Allegorico e naïf, Il codice di Perelà, all’indomani della prima apparizione, fu accolto con entusiasmo dalla critica e Ardengo Soffici, direttore di “Lacerba” e esponente di primo piano del movimento futurista, si spinse addirittura a sostenere che fosse l’unico romanzo italiano, dopo I Promessi Sposi, a poter essere letto e riletto con piacere sempre costante. Eccentrico e irriverente, Il codice di Perelà vede però nella sua fortuna critica lunghi momenti di ombra: trascurato per decenni, desta un risveglio di attenzione da parte degli specialisti solo quarant’anni dopo la sua pubblicazione. È infatti nel 1956, in un saggio apparso sulla rivista Belfagor – poi raccolto in Letteratura e verità – che Luigi Baldacci definisce la favola di Perelà il libro più valido, importante e felice di Palazzeschi, modello delle esperienze protonovecentesche per la leggerezza di tocco, le gustose invenzioni formali e la decisa caricatura delle idee correnti, e lo contrappone al più tranquillo e meno valido Stampe dell’800, modello per gli anni del ritorno all’ordine. Una completa rivalutazione critica di quello che oggi appare come il capolavoro di Palazzeschi è favorita poi dal nuovo clima letterario degli anni sessanta per iniziativa di studiosi vicini al Gruppo 63.
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