Comisso, Giovanni: Al vento dell’Adriatico. Il porto dell’amore. Gente di mare. Testo definitivo con capitoli aggiunti, Pordenone, Edizioni di Treviso, 1953, 19 x 12,5 cm. Brossura editoriale; pp. 271, (7). 800 esemplari numerati e 50 fuori commercio (nostro). Firma autografa e data di Giovanni Comisso. Qualche marginale e lieve puntino di fioritura alle prime carte, ma esemplare in ottimo stato di conservazione.
Nuova stesura, con tre capitoli aggiunti, del romanzo pubblicato nel 1924 in autoedizione con il titolo Il porto dell’amore. Il libro appare per la prima volta nel 1924, stampato a spese dell’autore dalla tipografia di Antonio Vianello. Si presentava in una confezione artigianale non destinata alle librerie: «Per pagare il conto dello stampatore dovetti vendere l’impermeabile», ricorderà qualche anno più tardi. Escono però alcune recensioni di amici e una colonna su “L’Ambrosiano”, firmata da Giovanni Titta Rosa, che in quel breve testo riscontra una pienezza di vita e una «maturità di stile, un linguaggio così saporosamente lirico, che non esito a definirlo un saggio di prosa narrativa come raramente se ne trovano e leggono, oggi». Se quella di Titta Rosa è la penna che attira l’attenzione del mondo letterario sul giovane scrittore trevigiano, quella di Eugenio Montale traccia i segni di una conferma: il 15 marzo del 1926 recensisce Il porto in “Quindicinale”: «Libretto carnale e febbrile, che avvampa e trascolora, è appena un libro ed è ancora una malattia. Arte legata alle primavere del sangue, al corso delle stagioni e alle temperie: poco più di un rabesco, il diagramma di una vita rovesciata sulle cose; ma d’una purezza, talvolta, di cristallo. (…) No, questo suo Porto è una realtà che non rifiuta, forse, ma neppure reclama prosecuzione di alcuna sorta; qualche cosa di necessario e di enigmatico come una conchiglia od una pietra». È il poeta di Ossi di seppia a segnalare Comisso allo scrittore francese Valéry Larbaud, che ne rimase colpito e propose di tradurlo all’editore Simon Kra. Sembrava fatta per la pubblicazione transalpina: «Il mio libro uscirà in autunno. Sono stato invitato a collaborare a una rivista e a un giornale letterario», annunciava ai genitori da Parigi nel maggio del 1927. Larbaud ne aveva persino modificato il titolo: Au vent de l’Adriatique. Ma le cose si bloccano, soprattutto per problemi con la traduzione: Madame Le Saché, la traduttrice, appariva a Comisso come una «borghesuccia che faceva venire la pelle d’oca».
Dell’inconcludente esperienza francese sopravvive però il titolo, e quando sul finire della primavera del 1928 il libro viene ripreso e ristampato – con numerose modifiche e interventi dell’autore – dai Fratelli Ribet di Torino, in copertina appare Il vento dell’Adriatico. L’opera è cresciuta di tre capitoli ed è proprio su quella edizione che nuovamente la critica si concentra. Giacomo Debenedetti sulla “Gazzetta del Popolo” vi scova tracce dannunziane: «Ricorda la trama, se di trama è lecito parlare, del Canto novo (…). La stessa funzione che avevano avuto per il giovane D’Annunzio le vacanze estive nella terra vergine d’Abbruzzo, hanno qui per Comisso gli estrosi giorni del centauro fiumano al tempo della Reggenza. (…) D’Annunzio qui non si vede: solo si ode, tra i rumori della battaglia che segnò la fine di quella stagione favolosa, “una voce nasale, ma decisa”, che è quella del Comandante». Diverso, e meno comparativo, l’approccio di Sergio Solmi, che su “L’Italia letteraria” del giugno 1928 proclama: «La nostra prima impressione fu di trovarci davanti ad una di quelle creazioni letterarie che tengono assai più alla vita che all’arte». E forse, Solmi davvero non sbaglia se in un ricordo fiumano di molti anni più tardi, Comisso scrive: «Usciti da una guerra che ci aveva insegnato che cosa è morire, divenuti padroni di una città bellissima tra monti, isole e mare, al comando di un poeta che ci lasciava fare tutto quello che si voleva, il nostro sguardo era quello della vita». Quella stessa vita che di lì a poco il giovanilismo fascista avrebbe raggirato e ingannato, illudendola di grandi avventure militari e riducendola – come accade ai protagonisti dell’ultimo capitolo di Il porto dell’amore – a cercarsi i pidocchi fra i capelli.
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