Prezzo: euro 300
Autore: Rosini, Giovanni
Titolo: Lettera autografa
Data: 1849

Rosini, Giovanni: 2 lettere autografe firmate con interessanti note personali, ma soprattutto con notevoli notizie di prima mano relative all’occupazione di Roma da parte dei soldati francesi e al clima italiano dopo il fallimento dei moti d’indipendenza del 1848. Rosini scrive a Cesare Boccella, nobile letterato e ministro, dal 1849 al 1854 nominato dal granduca Leopoldo II ministro dell’Istruzione Pubblica e Beneficenza del Granducato di Toscana. In questo anni si occupa della riforma dell’istruzione nei collegi lucchesi e dell’Università di Pisa. Ben conservate.

a) Lettera autografa firmata di 2 pagine (22,5 x 18,5 cm.) datata Pisa 6 luglio 1849. Indirizzo e annulli postali per spedizione in quarta pagina. Ben conservata. (…) Io ho già scritto, ma vi aggiungo le nuove di Roma, che forse non sapete, ma che credo importanti per molti riguardi. Sono di persona ben sicura. Il 3 al loro solito i francesi entrarono alla spicciolata. Un povero contadino, che accompagnò 2 uffiziali francesi al caffé di Piazza della Minerva fu ricorso dagli universitari indi trucidato da un civico. Due preti ebbero la istessa sorte: un altro bastonato unitamente al dottor Pantaleoni. Intanto il grosso entrava per la Porta del Popolo; ma giunti al caffè Ruspoli, a mezzo il Corso, dove tenevasi il circolo popolare, Cernuschi agitando una bandiera, facea cenno al popolo che gridava in mezzo ai fucili: Viva la Repubblica Romana. Morte ai Preti, Accidenti a Radetzky – e tazze e cabaret furono gettati addosso ai soldati, i quali procedettero allora colla bajonetta in canna. Dei così detti Rossi pochissimi son partiti, e i predicatori deputati, e sicari, passeggiavano il giorno 4 come al solito. Tutto questo tenete a fede e fateci le vostre riflessioni…

b) Lettera autografa firmata di 3 pagine (23 x 17,5 cm.) datata 27 dicembre 1849. Indirizzo e annullo postale in quarta pagina. Piccola lacuna nell’angolo destro alto della terza pagina con perdita di una lettera, ma assai ben conservata. (…) Scusate di grazia, ma con tutto il comodo mandate al Piatti quelle poche L. 16 – che sono pel Guizot, 12 per 3 volumi delle Memorie di … – Cosa strana, ma vera: un imprudenza di quel Giacchetti a Napoli l’ha fatto arrestare; (…) e così se ne vanno circa 360 lire, che ho dovute ripagare; e più d’altrettante che non ritirerò in Gennaio e Febbraio; – e ho detto, cosa strana ma vera, poiché son costretto a raccorre tanti piccoli crediti, per far pagare costà certi debiti arretrati, a che siamo alla fine d’anno. (…) Fin qui scritto aveva jeri sera, quando venne un signore ricco ma meno di 6.000 scudi di rendita con un fratello storpio: – e ch’era stato mio scolaro – e che la madre esaltò, mandandolo al campo. Giovine ottimo, è entrato in tutta l’esaltazioni del giovane… che (come sapete) ci fanno ridere di compassione verso chi brama di Costituzione Inglese. Dio aiuti lui (…) Stamane ricevo la vostra; e vi rendo triplice grazie. Quel Moretti è una buona persona; e converrebbe che molte ne aveste per tentare di recare una brocca d’acqua a tanto incendio. Di grazie, procurate a Lucca, che desistano di fare i campioni ad inezie religiose, mentre una fiera e generosa propaganda sparge oro a piene mani per protestantizzare l’Italia. E’ qui voce che costà un ministro estero (non si dice chi) serva d’intermediario alla corrispondenza; e si è inteso che a Ginevra sono esposte in vendita e i dipinti e gli… rubati a Roma. La Società è minacciata; e credo che prima o tardi chi ha qualche cosa dovrà prendere il fucile per difenderla. Sono due giorni che presso al portone dell’Accademia delle Belle Arti qui si trovò scritto: Viva il Comunismo primo diritto del povero. Con questi sintomi, e senza nessuna specie di fede, come dite benissimo… dove si va? La povera (?) dovè jeri a mezzogiorno soccombere. Ha sorbito sorsi a sorsi la morte, perché fu in sè fino alla mattina. Ebbe una lieta vita fino alla morte del marito (…)

La prima guerra d’indipendenza. (…) La situazione si va facendo sempre più preoccupante e io mancherei al mio dovere se non richiamassi l’attenzione di Vostra Altezza imperiale sulla necessità di un intervento della massima energia da parte delle autorità politiche e di polizia per impedire lo scoppio di una rivoluzione alla quale andiamo inevitabilmente incontro (…) Così scriveva Radetzky nel novembre del 1847; e i servizi d’informazione del federmaresciallo dovevano essere molto efficienti se il 16 novembre annotava: Il re di Piemonte ha gettato la maschera e si è messo alla testa della rivoluzione. Radetzky aveva ragione: il vento dell’insurrezione soffiava sopra Milano ma il presagio della tempesta balenava da lontano, dal profondo Sud dell’Italia. Il 2 settembre 1847, in stretto collegamento con i liberali di Messina che erano insorti poche ore prima, a Reggio Calabria un gruppo di borghesi e nobili liberali, guidando una colonna di circa 500 uomini, occupò la città e le vicine contrade chiedendo la Costituzione. I messinesi avevano anticipato l’azione la sera prima, ma fu sventata mentre a Reggio ebbe successo e si estese nella provincia dove gruppi armati occuparono alcuni paesi. Intervenne allora l’esercito che rioccupò la città ed i paesi. La repressione fu durissima. Le notizie del fallimento dell’impresa e della violenta azione del re esasperarono l’animo dei patrioti. A Milano si ebbe una reazione particolare: essere calabrese fu un punto d’onore per un patriota milanese; molte signore della borghesia si vestirono con cappelli alla calabrese, che divennero un simbolo patriotico, tanto che fu vietato con decreto nel febbraio 1848. Anche a Genova, nel settembre 1847, vi era stata una manifestazione patriottica guidata dal giovanissimo Goffredo Mameli e da Nino Bixio, seguita da manifestazioni in Toscana e tentativi di insurrezione, soprattutto a Livorno. Il 1° gennaio 1848 i cittadini milanesi proclamarono lo sciopero del fumo: un’azione simbolica, ma che mirava anche a danneggiare, pacificamente ma sensibilmente, le entrate fiscali austriache. Il 2 gennaio la scena si ripeté. La polizia e i militari decisero allora di reagire ostentando il fumo; e cominciarono i primi diverbi tra spintoni ed insulti, finché non intervenne Radetzky dando ordine ai militari di rientrare in caserma. Ai patrioti milanesi sembrò una vittoria, ma si sbagliavano. Il 3 gennaio le strade furono invase da centinaia di soldati, ubriachi e provvisti di una robusta scorta di sigari; gli scontri con la popolazione non si fecero attendere. I soldati reagirono con la forza, accanendosi su vecchi e fanciulli. Ma fu ancora una volta al Sud, a Palermo, che scoccò un’altra scintilla. Il 9 gennaio 1848 sui muri della città vennero affissi manifesti che invitavano il popolo alla rivolta. Il giorno fissato era il 12 gennaio, compleanno del re Ferdinando: i comitati rivoluzionari palermitani avevano schierati tra le loro file Ferrara, il principe Sant’Elia, il duca della Verdura, Amari, Vincenzo Errante, Rosolino Pilo, Crispi, che insieme a La Farina, La Cecilia, Paolo Emiliani – Giudici e tanti altri lavoravano per la causa siciliana. Essi sarebbero insorti insieme ai napoletani, anche se non era facile conciliare le esigenze prettamente indipendentiste siciliane con l’ideale di unità dei napoletani; ma l’accordo si raggiunse. All’insurrezione avrebbero contribuito i comitati romani impedendo il passaggio all’austriaco: il re bomba si sarebbe dovuto arrendere. Il giorno fissato dunque decine di persone affluirono verso il centro della città; il popolo armato si riversò dalla periferia in centro. Affluirono contadini dai paesi vicini. La folla inneggiava alla libertà e alla Costituzione del 1812. Si accesero i primi scontri: i militari sopraffatti si ritirarono nelle caserme. Ferdinando decise allora di intervenire inviando una squadra navale a Palermo. Ma ormai tutte le classi sociali della Sicilia erano mobilitate contro Napoli. Al re non restava che concedere una parziale autonomia legislativa, ma, incalzato dagli eventi, il 23 gennaio Ferdinando concesse l’amnistia per i detenuti politici. I rivoluzionari però non si arresero: occuparono il palazzo reale ed espugnarono gli ultimi edifici pubblici della città. Intanto da Salerno, sull’onda delle notizie che arrivavano dalla Sicilia, gruppi di insorti marciavano verso Roma. Anche a Napoli il clima era incandescente. Il 1 febbraio le truppe borboniche si ritirarono dall’isola e Palermo costituì il governo provvisorio in attesa di un governo definitivo con una propria costituzione. Il 25 marzo 1848 si aprì il Parlamento generale di Sicilia e si costituì il governo con un presidente, Ruggiero Settimo, e sei ministri eleggibili dallo stesso presidente. Il 1 di aprile lo Stato di Sicilia dichiarò di voler fare parte della federazione italiana ed affermò decaduta per sempre dal trono dell’isola la dinastia borbonica; dichiarò inoltre che la Sicilia sarebbe stata governata costituzionalmente e che, dopo la riforma dello Statuto, sarebbe stato chiamato al trono un principe italiano. Riformato lo Statuto si inviarono ministri a Firenze, Torino, Roma per ottenere il riconoscimento del Regno di Sicilia e valutare quale delle due corti, della Toscana e della Sardegna, fosse meglio disposta ad inviare un principe sul trono. Nel frattempo il 15 maggio l’insurrezione di Napoli, scoppiata qualche giorno prima, si estese anche in Calabria, in appoggio della quale furono inviate da Milazzo armi e munizioni: ma l’11 luglio i siciliani dovettero arrendersi alle truppe borboniche. Gli inglesi intervengono allora nel conflitto: iniziano una campagna diffamatoria contro i Borboni, schierandosi al contempo anche contro il Regno di Sicilia. Nella notte tra il 10 e l’11 luglio 1848, approvato lo statuto monarchico-costituzionale, il Parlamento siciliano elesse re ad unanimità il duca di Genova Ferdinando di Savoia, secondogenito di Carlo Alberto, con il nome di Alberto Amedeo I. Ma la situazione militare e diplomatica pregiudicò l’accettazione da parte sabauda. L’esercito piemontese non avrebbe potuto sostenere un eventuale intervento militare di Ferdinando II a difesa dei propri diritti sull’isola; e d’altra parte era ambigua ed attendista l’apertura mostrata dalla Gran Bretagna e dalla Francia, disposte ancora a mediare con Napoli quando l’indipendenza era per la Sicilia una condizione irrinunciabile.

Ferdinando secondo riconquistata Messina nel settembre 1848 si prepara a riprendersi l’isola e nel febbraio 1849 dà ai siciliani l’opportunità di trattare un armistizio in cambio del ritorno all’obbedienza e dell’accettazione di uno Statuto basato sulla costituzione del 1812. I siciliani rifiutano. Il 14 maggio 1849 Palermo e la Sicilia capitolano; fra coloro a cui non viene concessa l’amnistia ci sono La Farina, Crispi, Michele Amari. La rivoluzione siciliana innescò un effetto domino. In Toscana il granduca Leopoldo II, facendosi pressanti le richieste dei liberali, concesse la Costituzione il 17 febbraio 1848. A Torino la richiesta di una Costituzione seguì un percorso più diplomatico; il re annunciò l’intenzione di instaurare nel Regno di Sardegna un compiuto sistema di governo rappresentativo, e la legge fondamentale di questo fu lo Statuto. Anche Pio IX cedette e concesse, il 14 marzo, la Costituzione. Intanto in altri paesi europei era scoppiata la rivoluzione; in Francia la rivoluzione del 22-24 febbraio portò alla proclamazione della Repubblica. Era un messaggio troppo forte per i liberali e democratici di tutta Europa. Anche a Vienna era scoppiata una rivoluzione ed il principe Metternich era andato in esilio. Come un fulmine la notizia raggiunse Milano, dove furono subito richieste libertà e riforme. Dalle barricate di Vienna giungeva finalmente la legittimazione alla rivolta. A Milano sorsero le barricate, mentre Radetzky si preparava alla battaglia. Il 18 marzo 1848 fu deciso di creare un Consiglio di guerra; ne fecero parte Cattaneo, Cernuschi, Terzaghi e Clerici. Il Consiglio si aggregava alla municipalità diretta da Casati. Il 22 marzo gli austriaci furono battuti definitivamente a Porta Tosa, dove gli scontri, guidata da Luciano Manara e dai fratelli Enrico ed Emilio Dandolo, erano cominciati il giorno prima. Milano era libera dopo Cinque giornate di aspri combattimenti. Anche il consiglio di guerra terminò le sue mansioni: sarà poi sostituito da un Comitato di guerra. Mazzini era giunto a Milano il 7 aprile, reduce dall’esilio: si astenne dalla propaganda repubblicana e si mostrò disposto ad accettare l’azione della monarchia sabauda purché questa assumesse apertamente il programma dell’unità italiana. La presenza di Mazzini e la sua offerta di collaborazione (egli chiedeva la concordia di tutti per vincere la guerra) al Piemonte sabaudo furono all’origine di uno scontro tra lui e Cattaneo che li dividerà per sempre.

Il 17 marzo 1848 era insorta anche Venezia. Gli arresti di Nicolò Tommaseo e Daniele Manin, la rivoluzione a Vienna, avevano acceso la miccia: il governatore, insorta la città cedette alla pressione popolare e liberò i due arrestati, che, davanti ad un’ampia folla plaudente radunata in Piazza San Marco proclamarono la Repubblica. Il 16 marzo si era insediato a Torino il primo governo costituzionale presieduto da Cesare Balbo. Il giorno dopo giunsero le prime notizie dell’insurrezione milanese. Era il momento per mettere in pratica la politica vagheggiata dai liberali piemontesi; e Cavour se ne fece immediatamente interprete con un articolo sul “Risorgimento” che tagliava corto con i tentennamenti, le ambiguità di Carlo Alberto, e che istigava a muovere guerra all’Austria. Si decise di portare aiuto agli insorti milanesi. Anche dalla Toscana il governo moderatamente liberale presieduto da Cosimo Ridolfi decise di inviare a Milano un contingente di 7.000 uomini volontari, gran parte studenti universitari, guidati da Giuseppe Montanelli. Lo Stato pontificio aprì addirittura l’arruolamento dei volontari, anche se le direttive del papa erano di considerare le truppe pontefice come forze di sostegno più che offensive. Ferdinando II re di Napoli inviò 16.000 soldati regolari agli ordini del generale Guglielmo Pepe. Tutto sembrava cominciare sotto i migliori auspici, anche se la prima guerra d’indipendenza era insidiata, oltre che dalla difficile organizzazione militare, dalle diffidenze dei moderati, e da alcune considerazioni sugli interessi in gioco da parte dei vari sovrani italiani. La prima fase della guerra d’indipendenza durò dal 23 marzo al 9 agosto. Garibaldi partì per l’Italia da Montevideo il 12 aprile, ma l’apporto dei suoi volontari non trovò l’entusiasmo dello stato maggiore piemontese. Carlo Alberto intanto, una volta oltrepassato il Mincio avrebbe dovuto spingersi rapidamente in avanti, ma gli alti comandi non concepivano obiettivi fuori dalla Lombardia. Radetzky ebbe così il tempo di riorganizzarsi e rafforzare le proprie posizioni. Nel frattempo il fronte politico della coalizione antiaustriaca entrò improvvisamente in crisi alla fine di aprile. Il 29 aprile 1848 Pio IX ritirava il suo contingente militare. Il danno politico provocato dal papa fu grandissimo. A Roma la guardia civica e tantissimi romani protestarono violentemente. Quando Radetzky decise di passare alla controffensiva per prendere alle spalle i piemontesi, fu fermato a Curtatone e Montanara dall’eroica resistenza di 5.000 volontari toscani e di centinaia di studenti universitari. Nello stesso giorno, fra polemiche e contrasti, un plebiscito indetto in Lombardia decise l’annessione al Piemonte.

A Custoza Radetzky si lanciò sull’esercito piemontese, che fu costretto il 25 luglio alla ritirata. Il 6 agosto gli austriaci rientravano a Milano; il 9 agosto il Piemonte firmò un armistizio di sei settimane, prolungabili. Intanto Cavour si pronunciava in difesa della politica di mediazione e del rinvio delle ostilità contro l’Austria, indicando la possibilità di ottenere per via diplomatica quanto si voleva raggiungere con un nuovo conflitto armato. Il 29 dicembre fu dato l’annuncio che una Giunta di Stato prendeva le redini del governo e che avrebbe convocato a Roma un’assemblea nazionale eletta a suffragio diretto e universale, vera rappresentanza democratica di tutto il paese. Era l’annuncio di una rivoluzione pacifica e condivisa, mentre il papa da Gaeta fulminava di scomunica tutti coloro che avevano collaborato all’emanazione del decreto. Il 9 febbraio 1849 fu approvato il Decreto Fondamentale che proclamava la Repubblica romana, assicurando al pontefice tutte le garanzie per l’esercizio del solo potere spirituale. Era la realizzazione del sogno antico della separazione dei due poteri. Mazzini giunse a Roma il 6 marzo. La Repubblica romana era una minaccia reale che metteva i piemontesi in uno stato di grande incertezza sul da farsi: riprendere la guerra o rimanere passivi? Pochi giorni dopo la proclamazione della Repubblica romana il governo di Torino denunciava l’armistizio Salasco e dichiarava guerra all’Austria. Era il 12 marzo 1849. La guerra era vista dal Piemonte più come un mezzo per contrastare la spinta rivoluzionaria romana piuttosto che come un’occasione per unirsi con i luoghi dell’Italia libera in una guerra comune contro l’invasore: dunque l’esito militare non poteva che esserne condizionato; e infatti la resa, dopo duri scontri contro gli austriaci, venne la sera del 24 marzo 1849, quando Carlo Alberto chiedeva un armistizio agli austriaci. Di fronte alle durissime condizioni poste, Carlo Alberto annunciò l’abdicazione a favore del primogenito Vittorio Emanuele, che divenne re con il nome di Vittorio Emanuele II. Il gendarme austriaco stava riprendendo in pieno il suo posto. Le ultime speranze erano ormai Venezia e Roma, minacciate oltre che dall’austriaco anche dal papa e da Luigi Napoleone Bonaparte, che fu il primo a rispondere all’appello del pontefice affinché le nazioni cattoliche restaurassero il potere temporale a Roma. L’Austria, la Spagna, la Francia, il Regno delle Due Sicilie si schierarono allora con il papa, mentre a Roma la Repubblica guidata dal triumvirato composto da Mazzini, Saffi, Armellini, aveva abolito tutte le tasse vessatorie imposte dalla Chiesa, aveva garantito la libertà di stampa e stava lavorando al testo di una Costituzione moderna, libera da condizionamenti religiosi e garante di tutti i diritti civili. L’Azione del Triumvirato si caratterizzò subito per l’emanazione di una serie di provvedimenti a carattere sociale, per il miglioramento delle condizioni morali e materiali di tutti i cittadini: l’abolizione della carcerazione per debiti; la riforma agraria, con l’affidamento in enfiteusi dei terreni dei disciolti Enti Ecclesiastici alle famiglie più povere; l’abolizione dell’appalto del sale e la riduzione del suo prezzo ad un bajocco la libbra; la destinazione del Palazzo del Santo Uffizio ad abitazione dei poveri; l’abolizione dell’appalto sui tabacchi; l’affidamento di lavori agli artisti; l’obbligo per i commercianti di vendere le giacenze di merci ad un prezzo stabilito. Era troppo. Il Regno di Napoli, l’Austria, la Francia e la Spagna inviarono i loro eserciti contro la Repubblica romana. La sera del 24 aprile 1849, nel porto di Civitavecchia sbarcarono circa 12.000 soldati Francesi, al comando del Generale Oudinot. Il 26 aprile, l’Assemblea Costituente affidò al Triumvirato il compito di salvare la Repubblica e di respingere la forza con la forza. Era l’inizio dell’invasione della Repubblica romana, difesa da 10.000 uomini comandati da Carlo Pisacane, amico di Cattaneo, mazziniano e socialista, una figura centrale della Repubblica e delle successive lotte risorgimentali. Insieme a Garibaldi, era colui che aveva le idee più chiare su come difendere Roma e organizzare militarmente la resistenza. E il battesimo del fuoco fu un trionfo per i romani. Di fronte ai primi successi Garibaldi pensò di inseguire i francesi fuori delle mura, ma il Triumvirato lo fermò. Il 19 maggio, i francesi chiesero l’armistizio, che in realtà doveva servire solo per guadagnare tempo ed inviare i rinforzi militari al generale Oudinot. Intanto la Repubblica doveva fare i conti con altri attaccanti: un contingente di truppe napoletane, guidato dal re Ferdinando II, era arrivato nella zona dei Castelli Romani e stava per marciare verso la città. Il Triumvirato decise di mandare contro di loro le truppe guidate dal Comandante in Capo, Generale Roselli, che sconfisse i Napoletani a Palestrina il 9 maggio ed il 16 maggio a Velletri. Costretti a ritirarsi, i Napoletani furono inseguiti da Garibaldi oltre i confini del Regno di Napoli e furono di nuovo sconfitti ad Arce. Il 26 maggio, Garibaldi venne nuovamente richiamato a Roma dai Triumviri, dato che stava per scadere l’armistizio. Mazzini pensava di poter agire diplomaticamente sul governo francese dopo le prime vittorie; non fu così; anzi si creò un dissidio fra i militari guidati da Pisacane e Garibaldi e il Triumvirato, anche se Mazzini non aveva tutti i torti nel pensare di poter rinnovare il consenso all’opposizione alla spedizione francese, già sorto presso l’Assemblea costituente il 30 aprile. Mentre Mazzini dunque tratta con il De Lesseps una possibile tregua, né lui né il nunzio francese potevano pensare fosse solo un modo per prendere tempo prima di riorganizzare le truppe per ribaltare la Repubblica romana secondo le intenzioni di Luigi Bonaparte. Il corpo di spedizione francese che aveva ormai raggiunto i 35.000 uomini attaccò Roma il 3 giugno: lo scontro fu durissimo: morirono Enrico Dandolo e Angelo Masina; furono gravemente feriti Bixio e Mameli che morirà dopo pochi giorni di agonia, lasciando nel dolore quanti avevano visto nel giovane poeta il simbolo del patriottismo più nobile e disinteressato. La battaglia proseguì nei giorni successivi: la città fu bombardata con i cannoni; il 30 giugno Mazzini propose a Pisacane e Garibaldi di lasciare la città, dopo avere approvato il testo della Costituzione della Repubblica. Il 3 luglio i francesi entravano in Roma dichiarando ristabilito il potere temporale: Garibaldi riuscì a sottrarsi all’inseguimento delle truppe francesi e si rifugiò a San Marino; con Anita, Ugo Bassi, Ciceuracchio tentò di raggiungere Venezia da Cesenatico, ma fu intercettato a Ravenna, dove Anita moriva tra le sue braccia. La rappresaglia austriaca si era intanto rivolta contro Ugo Bassi e Ciceuracchio che furono fucilati. A Roma con il ritorno del papa fu ripristinata immediatamente l’Inquisizione, e così pure la tortura, le bastonature in pubblico e la ghigliottina. Gli ebrei, che i repubblicani avevano liberato, furono di nuovo confinati nel ghetto. Dopo Roma capitolarono anche Venezia; mentre in Toscana il granduca Leopoldo soppresse la costituzione, così come era successo nel Regno delle due Sicilie. La sconfitta militare e le conseguenti repressioni avevano disperso molti rivoluzionari in vari paesi d’Europa e del mondo; presero la via dell’esilio Guerrazzi, Settembrini, De Sanctis, Cattaneo, Gioberti, Pisacane, e come loro tanti statisti, letterati, politici che avevano combattuto per la causa italiana e che al momento della restaurazione politica rischiavano processi, condanne, controlli di polizia, delazioni, denunce come sovversivi, repubblicani, miscredenti.

Giovanni Rosini (Lucignano, 24 giugno 1776 – Pisa, 16 maggio 1855) poeta, romanziere e drammaturgo fu autore prolifico in particolare di poesie e di saggi sulla lingua toscana, è soprattutto conosciuto per i suoi romanzi storici: La Monaca di Monza pubblicato nel 1829 fu un successo commerciale, cui seguirono Luisa Strozzi (1833) e il Conte Ugolino della Gherardesca (1843). Nel 1830 con lo pseudonimo di Marco Pacini pubblicò Vita e avventure di Marco Pacini. La sua Storia della pittura italiana (1835-1837) diede luogo a molte discussioni. Collezionista di opere d’arte, Rosini fu anche appassionato di editoria e stampò innumerevoli volumi di classici italiani, dapprima con il socio Peverata di Pisa, poi sempre a Pisa fondando la Tipografia della Società Letteraria e infine con i soci Molini e Landi di Firenze, ricercando il lusso tipografico tramite il continuativo impiego dei caratteri dei fratelli Amoretti di Parma. Morì nel 1855 a Pisa.

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