Prezzo: disponibile a richiesta
Autore: Ferroni, Ferruccio
Titolo: Fotografia originale
Data: Anni Sessanta

Ferroni, Ferruccio: La camera del sindaco. Fotografia originale in stampa d’epoca. Gelatina ai sali d’argento stampata su carta politenata: 23,5 x 17,5 cm. Al retro titolo autografo di Ferroni, firma in stampatello e dati di residenza del fotografo autografi. Senza data ma fine anni Cinquanta prima anni Sessanta. Rare le fotografie di Ferroni in stampa d’epoca. Ben conservata.

Lo chiamavano il poeta della luce. Non a torto. Con l’obbiettivo prima di un’Hasselblad, poi di una Leica, Ferruccio Ferroni è riuscito a trasformare la fotografia in uno strumento che ha reso più pregevole e luminoso il mondo. Nato a Mercatello sul Metauro nel 1920, studia nell’accademia militare; viene fatto prigioniero nei campi di concentramento dopo aver rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò. Comincia ad appassionarsi all’arte della camera oscura mentre trascorre due anni in sanatorio a Forli, dov’era in cura per una tubercolosi contratta durante la guerra in un campo di prigionia tedesco. Qui fa amicizia con un perito chimico del laboratorio di analisi, esperto sia dell’uso della macchina fotografica sia del processo di sviluppo e stampa dei negativi usati per l’esame dei preparati microscopici, da cui impara la tecnica. Nel 1948, durante la sua lunga convalescenza a Senigallia conosce Giuseppe Cavalli, con il quale approfondisce i suoi interessi per la fotografia, divenendo in seguito anche il suo più fedele stampatore. È Ferroni, per volere di Cavalli, a iniziare alla fotografia un altro grande maestro, Mario Giacomelli. Associato all’inizio (dal 1952) al circolo veneziano della “Gondola” (con Paolo Monti, Ferruccio Leiss, Gianni Berengo Gardin, Fulvio Roiter, ecc.), aderì nel 1954 al Gruppo “Misa”, assumendo però, all’interno del dibattito critico tra le diverse posizioni estetiche e teoriche di Paolo Monti e Giuseppe Cavalli, una propria autonomia, rimanendo sempre coerente a uno stile personale caratterizzato da un misurato equilibrio tra i toni alti e i forti contrasti che opponevano, dialetticamente, i due maestri. Le sue opere – ha scritto Mario Giacomelli – sono frammenti poetici, immagini formali squisitamente composte, che contengono l’essenzialità, l’essenza di un’energia che porta con sé l’anima delle cose, l’espressività lirica, la partecipazione emotiva… Il tempo, lo spazio, la luce, la materia abitano le sue immagini vivificate nel passaggio della forma. Intuizione creativa e sapienza tecnica, arte e scienza: nel cristallino nitore di quel repertorio di forme tratte e astratte dalla realtà che lo circonda, sembra di poter ritrovare quello stupore della “visione” che ha infiammato la passione dei maestri fotografi delle origini. (…) Io non analizzo più l’arte di Ferroni solo dal punto di vista fotografico, ma nella misura in cui mi fa entrare nel “personaggio Ferroni”. Ferruccio Ferroni usa il mezzo fotografico per esprimere se stesso: entra in una dimensione esistenziale. Le fotografie diventano presenze attraverso la luce, che trasporta l’immagine verso una dimensione dove il tempo è messo in parentesi. Osservando queste immagini che hanno 70/80 anni scopriamo che non hanno il sapore dell’antico. Sembra che siano state scattate oggi. Ferroni è il poeta della luce. Le sue immagini non sono solide, non afferma il bianco e il nero come Mario Giacomelli. In Ferroni c’è tutta la complessità dell’immagine e quando scatta, non scatta per ottenere una bella fotografia, ma perché dentro di lui vive un mondo, un momento esistenziale, dei valori. Nelle sue fotografie c’è la ricerca di se stesso e del proprio posto sul pianeta, scrive il professore Claudio Cesarini.

(…) Nessuno può dirci in che modo un fotografo deve sfruttare la realtà per esprimere un sentimento. Ciò sarebbe un errore molto grossolano. Chi pretende di indicarci la “Formula” per fare una bella fotografia, non fa che coprire con quella l’assenza di invenzione e la ricerca di un mezzo di sostituzione. Nel suo significato essenziale la poesia non può nascere da formule. Noi oggi abbondiamo di formule perché manchiamo di poesia. Ed un artista non inventerà mai nulla obbedendo ai canoni artificiosi di una scuola od imitando forme ed espressioni derivate dal pensiero di altre epoche. L’artista crea soltanto quando cede ad una sincera ispirazione, ogni qualvolta segue la sua fantasia poetica e prospetta una condizione personale della realtà (…) Le fotografie che partono da Architettura della materia del 1953, fino a quelle realizzate dalla metà degli anni Ottanta in poi – quando ricomincia a frequentare la camera oscura e quindi a scattare in bianco e nero – sono delle immagini pensate che non hanno nulla a che fare con la realtà, ma con i sentimenti… Ferruccio Ferroni

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