Prezzo: euro 900
Autore: Cavalli, Giusppe
Titolo: Fotografia originale
Data: 1950

Cavalli, Giuseppe: Come ieri, oggi e sempre Maria. Fotografia originale in stampa d’epoca: 1950. Gelatina ai sali d’argento stampata su carta baritata: 14 x 8,8 cm. Al retro note a biro blu con il titolo e la data. Sull’emulsione fotografica la firma autografa di Cavalli e la data. Rare le fotografie di Giuseppe Cavalli. Molte delle fotografie di Cavalli, come scelta stilistica del fotografo, sono stampate in piccolo formato. Ben conservata.

Nella storia dell’arte si parla di “arte postale” per indicare un genere che è stato inaugurato dai futuristi e da Marcel Duchamp utilizzando i materiali del servizio postale per la creazione artistica. Nonostante il suo ampio utilizzo nel settore della storia dell’arte, in quello della storia della fotografia manca ancora un interesse specifico per questa modalità di produzione e scambio fra autori. Se la possibilità di stampare immagini su un cartoncino postale era disponibile sul mercato sin dalla fine dell’Ottocento, sono stati dapprima i colti dilettanti del pittorialismo a cavallo del Novecento, e poi gli autori attivi negli anni Venti e Cinquanta, a sviluppare questa pratica con l’invio di foto-cartoline d’autore. Nell’archivio Balocchi si trova un importante e inedito corpus di foto-cartoline utile a ricostruire lo scambio culturale fra fotografi e la loro opera. Tra i numerosi autori di arte postale destinata a Ferroni, si segnalano Giuseppe Cavalli, Vincenzo Balocchi, Nino Migliori, Federico Vender.

La presenza di Cavalli nella storia della fotografia italiana del XX secolo è pregnante: fotografo, teorico, pensatore. Determinante per il suo tempo, ma anche per quanto sarebbe venuto in seguito: numerosi sono infatti gli agganci tra le sue opere e le contemporanee esperienze europee ed americane di fotografia diretta ed astratta, che un uomo colto ed aggiornato come lui sicuramente conosceva. Questa caratteristica gli è stata ampiamente riconosciuta e Cavalli è stato scelto fra gli artisti rappresentativi del percorso italiano del dopoguerra per partecipare nel 1995 alla mostra Italian Metamorphosis 1943-1968 al Guggenheim di New York.

Di una vera e propria autocoscienza fotografica in Italia, si può parlare solo a partire dal secondo dopoguerra. In piena epopea neorealista, i fotografi si dividono tra fautori del «documento» (in sostanza l’attività di reportage) e quelli della cosiddetta foto «artistica»: uno dei motivi di divisione sta nel fatto che i primi non hanno in genere preoccupazioni d’ordine teorico, appagati dal fatto di essere dei testimoni ovvero dei militanti, mentre i secondi hanno il grande problema di emanciparsi dal modello che li orienta e nel frattempo li fa sentire subalterni, cioè la pittura. Da una simile e tuttavia molto fertile dicotomia muove la produzione critica di un maestro, Giuseppe Cavalli (Lucera 1904 – Senigallia 1961), al cui nome è legato un doppio e fondativo frangente della autocoscienza fotografica, prima, nell’aprile del ’47 a Milano, la firma in calce al manifesto del Gruppo «La Bussola», poi, sette anni dopo a Senigallia, la fondazione del Gruppo «Misa», in cui Cavalli funge sia da promotore sia da socratico mallevadore di due allievi straordinari, pur dagli esiti stilistici di segno opposto e complementare, Ferruccio Ferroni e Mario Giacomelli.

Avvocato di professione e raffinato umanista, garbato nello stile e persino negli affondi polemici, lettore di Alberto Savinio e partigiano di una sottile ironia, Cavalli non persegue nei suoi scritti una estetica bensì una poetica. Circa l’estetica, infatti, egli rinvia preventivamente al Breviario di Benedetto Croce. Innanzitutto preme a Cavalli vedere garantita non tanto una qualche «poeticità» del linguaggio fotografico quanto la sua indipendenza sia dal pittoricismo sia dal contenutismo dei reporter dichiaratamente neorealisti. Quanto a ciò, nello stesso momento in cui Luigi Crocenzi accompagna Vittorini per fotografare in re, alla maniera di un racconto parallelo, i luoghi di Conversazione in Sicilia, Cavalli (su «Ferrania», n. 3, del marzo 1950) può scrivere: «Non dico, intendiamoci bene, che non ci siano felicissimi casi di vere istantanee. (…) Ma sappiamo tutti che simili casi non sono frequenti e che all’atto pratico, di solito, molti fotografi la bella istantanea non la trovano: la creano». Artista consapevole dei propri mezzi, uomo di lenta metabolizzazione dei dati percettivi, il suo genio è sintattico e subito si coglie nella impaginazione mai ovvia e, anzi, condotta al silenzioso sabotaggio degli automatismi visivi: sono foto per così dire silenziose, quasi prive di timbro e invece occupate in prevalenza da una panoplia tonale, per delicate velature dei bianchi e dei grigi. Rare, dileguanti, solo per eccezione in primo piano, sono le presenze umane, che non hanno però né l’imponenza né la staticità di certo Novecento neoclassico tante volte richiamato quale suo orizzonte d’attesa, perché semmai il fotografo appartiene alla famiglia degli Antonio Donghi e dei Francesco Trombadori, perciò ad un Novecento più sulfureo e segreto, misterioso anche nella piena luce della normalità quotidiana. (È vero che adorava Giorgio Morandi ma, sentendolo troppo grande e astrale, quasi non osava citarlo). Cavalli è capace di una sua esattezza traslucida, al limite anche documentaria; ma Cavalli è capace, altrettanto, di trarre da un oggetto minimo una sua asciutta solennità. Una volta capitò all’allievo più indocile, Mario Giacomelli, di improvvisare un ricordo del maestro che non potrebbe essere più penetrante: «L’avvocato era giovane, ma sembrava che portasse sulle spalle il peso di secoli, era pieno di entusiasmi, progetti, creatività, ma il tutto era venato di quella sottile malinconia che hanno solo i vecchi». Questa è la luce adusta che occupa le foto di Giuseppe Cavalli nel soffuso dilagare dei bianchi e dei grigi in uno stile, si potrebbe dire, di costante «chiarismo». Giuseppe Cavalli aveva preso la sua strada di fotografo una volta per sempre, scelse l’arte in luogo del reportage temendo che se non l’avesse fatto si sarebbe venuto a trovare nel dilemma «dell’acrobata che cavalca due destrieri veloci, i quali cominciano a correre in direzioni divergenti»: il maestro non aggiunse che tale è il destino degli artisti eclettici o insomma di quegli opportunisti negati alla intransigenza che era stata il suo tratto elettivo.

Noi crediamo alla fotografia come arte… Così scrive Giuseppe Cavalli nel manifesto del gruppo La Bussola, fondato nel 1947 a Milano insieme ad altri artisti come Mario Finazzi, Ferruccio Leiss, Federico Vender e Luigi Veronesi. Non è un caso dunque che Cavalli rifletta sui rapporti tra pittura e fotografia insieme al fratello, che vive a Firenze, e ad altri artisti toscani come Vincenzo Balocchi, Alex Franchini Stappo e Giuseppe Vannucci Zauli. La vocazione critica si rafforza ulteriormente nel 1942, quando pubblica Otto fotografi italiani d’oggi, che assume il tono di un manifesto per un’estetica della fotografia, lontana sia dalla retorica fascista che dal pittorialismo romantico, che porta avanti un modello di immagini pure, severe e rigorose. Uno stile legato a un’idea di “geometrismo” della struttura della fotografia, affidata a soggetti spesso banali, ritratti da Cavalli in immagini di grande luminosità, che all’estero hanno subito successo e vengono battezzate “mediterranee”. Uno stile condiviso con gli amici Vender, Finazzi e Leiss, che viene riassunto nel testo programmatico de La Bussola, pubblicato sulla rivista di fotografia Ferrania, con queste parole : “Chi dicesse che la fotografia artistica deve soltanto documentare i nostri tempi, commetterebbe lo stesso sorprendente errore d’un critico d’arte o letterario, che volesse imporre a pittori o poeti l’obbligo di trarre ispirazione da cose ed avvenimenti determinati e solo da quelli, dimenticando, con siffatta curiosa pretesa, l’assioma fondamentale che in arte il soggetto non ha nessuna importanza (…) il documento non è arte; e se lo è, lo è indipendentemente dalla sua natura di documento (…). Adoprarsi per la divulgazione di queste idee, affinché si giunga a diffondere tra i fotografi un credo estetico valido è il compito che si prefiggono i componenti del gruppo La Bussola”.

(…) Le immagini di Giuseppe Cavalli rappresentano uno dei momenti più travolgenti della fotografia italiana, e forse i tempi sono maturi per comprendere l’eccezionalità della sua opera. Accusato in passato di “puro formalismo” da una critica ottusa che privilegiava solo il sociale, Cavalli è di una modernità straordinaria (…) Cavalli è davvero il rivoluzionario artefice della fotografia quale arte autonoma dell’Italia del dopoguerra… (Giuliana Sciné, in “Corriere della Sera”, 2006). Nella fotografie di Cavalli, in una pallina posata su un muretto, ci sono la storia dell’arte italiana, le geometrie rinascimentali, i valori plastici, Morandi, ma anche le atmosfere astratte del nuovo verbo informale che si stava affermando… Angela Madesani. Luigi Silvi in una recensione alla mostra dedicata a Cavalli presso Palazzo Braschi a Roma osserva che Cavalli… rielabora le prove metafisiche di Carrà, Rosai e anche di de Chirico, o forse di Savinio quale tramite per il surrealismo di Man Ray in particolare. Cavalli, per nulla formalista, estrae oggetti e immagini da lui considerati e utilizzati quali pretesti per rappresentare linee, bianchi, neri, grigi, volumi, pieni, vuoti, luce non luce, ombre, chiari, scuri, dialoga con Mondrian neoplastico… quasi ritorna astratto al Rinascimento (Piero della Francesca)… talune superfici, mosse, grinzose, ruvide, preludio della pittura materica e le nature morte, se in parte… richiamano Morandi e Carena e la metafisica, altre come le teorie di orci e di guanti, nella loro ripetitività lanciano segnali oltreoceano ai Pop… L’esperienza intellettuale di Cavalli è un libro di avventura ed esplorazione: nomade trasmigratore s’avventura in territori nuovi e sconosciuti cercando, provocando, sperimentando, contaminando, tracciando vie, aprendo paesaggi nuovi e inattesi…

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