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Autore: Mazzini, Giuseppe
Titolo: Lettera autografa
Data: 1864

Mazzini, Giuseppe: importante, lunga lettera autografa firmata di 6 pagine (13,5 x 10,5) indirizzata a Benedetto Cairoli. La lettera, senza data come quasi tutte le lettere di Mazzini, riporta soltanto il giorno 5 maggio: probabilmente si tratta dell’anno 1864. Assieme alla lettera di Mazzini anche la risposta di Cairoli descritta sotto.

(…) Fratello, Questa lettera è per voi individualmente, non pel Comitato. Garibaldi desidera, invoca l’azione: l’ordinerebbe se potesse. Nell’ultimo colloquio ci si lagnava acerbamente e, sconfortato con me perché le cose andassero tanto per le lunghe, perché si architettassero disegni vani e di più che difficile esecuzione. Ei desidera azione pel mese venturo (…): sarà con noi. Dove no, peccato che lo perdessimo, trascinato dalla prima proposta che gli verrà, Dio sa dove. Del come io senta non ho bisogno di dirvi. Ma più di Garibaldi, più di me, più degli uomini del Partito, la situazione predica il fare. Se anche quest’anno è lasciato trascorrere, avremo la Polonia morta, la Gallizia nell’impossibilità di fare, l’Ungheria sconfortata in braccio ai moderati conciliatori; la questione danese in un modo o nell’altro conchiusa, l’Austria interamente libera delle sue forze, il dissolvimento nei nostri. (…) Forte del mandato di Garibaldi, del mio profondo convincimento, del consenso dei migliori nostri e degli obblighi contratti coi lavori dell’altre parti dell’Impero, sono dunque deliberato di tentare il possibile. (…) Io verrò dunque in Italia coll’intendimento di preparare il terreno all’azione, tanto che Garibaldi toccando il suolo italiano non trovi perduto il tempo. E’ impossibile discutere qui particolari del disegno d’azione sulle cose pratiche da farsi; (…) impossibile senza perdere un tempo immenso sopra ogni cospirazione e tanto più che fanno parte del Comitato individui eccellenti senz’altro, ma facili al dubbio sopra ogni cosa; impossibile pel segreto da mantenersi; impossibile per le difficoltà che circonderanno la mia posizione. (…) Il Comitato dovrebbe delegar voi a intendervi con me, nel segreto, senza obbligo di comunicare ad essi il risultato della nostra intelligenza, ma col solo obbligo di render conto a Garibaldi. Fra voi e me istituiremmo una Commissione militare di tre: vi propongo sin d’ora Bezzi, Missori, Mosso – o Bezzi, Missori, Nicotera. (…) Se il lavoro s’ordina come vi propongo, vi esporrei la mia idea, quelle tre o quattro operazioni da farsi. (…) Se credete nel pensiero, preparate un quadro sommario delle relazioni, dei mezzi, degli elementi. E salvo le cose inevitabili, serbate quanto più potete il denaro ricevuto per mezzo di Ch. etc (…)

Mazzini pensò sin dal 1861 di organizzare una vasta insurrezione popolare che dal Trentino al Friuli avrebbe poi dato origine ad altre rivolte fuori dall’Italia, in altri territori soggetti all’Austria, e sarebbe servita ad aiutare i polacchi insorti. Secondo Mazzini questo vasto movimento insurrezionale e il concorso dell’opinione pubblica favorevole avrebbero dovuto trascinare l’esercito italiano in una guerra contro l’Austria. L’ipotesi mazziniana si fondava sull’organizzazione di bande armate in Trentino, Veneto, Cadore, Friuli e in Galizia, Ungheria e Serbia. Vittorio Emanuele II ufficialmente appoggiava il governo, ma nascostamente si era accordato con Mazzini e Garibaldi affinché preparassero, il primo, l’insurrezione e, il secondo, l’intervento armato dei suoi volontari. Questo avrebbe indotto il governo ad una giustificata guerra contro l’Austria per liberare la popolazione italiana delle terre irredente. Mazzini e il re speravano di prendere l’Austria tra due fuochi, costretta a fronteggiare sollevazioni indipendentiste di ungheresi e polacchi in Galizia, mentre lo stesso Vittorio Emanuele avrebbe fornito le armi agli insorti veneti. Napoleone III, venuto a conoscenza di questi progetti, impose il suo divieto assoluto di attacco al Veneto. Il re si tirò indietro, abbandonò Mazzini e successivamente interruppe una trattativa che aveva iniziato con Garibaldi. Mazzini non rinunciò ad agire. Sapeva di poter fare affidamento su poche risorse finanziarie, ma decise ugualmente di attuare il suo tentativo, nella convinzione che solo l’insurrezione popolare avrebbe potuto liberare il Veneto dal dominio austriaco. L’insurrezione si sarebbe dovuta estendere a tutta la catena delle Alpi orientali preparando così l’intervento di Garibaldi. Egli si assunse personalmente l’onere di organizzare questo movimento mettendo i mezzi necessari a disposizione dei comitati del suo Partito d’Azione dislocati nei territori dell’arco nord-orientale. Qui nel 1863 vennero costituiti Comitati d’Azione da contrapporre a quelli moderati già esistenti, per preparare il piano insurrezionale e formare delle bande di patrioti. Queste bande dovevano essere composte da gruppi di cinquanta uomini, comandati da ufficiali garibaldini. Bisognava poi, per distogliere l’attenzione degli austriaci, aiutare le bande con movimenti nelle città, atti di sabotaggio, taglio dei fili del telegrafo, danneggiamento dei ponti; accompagnare il moto veneto con moti in Galizia, Serbia, Ungheria. Sia Mazzini che Garibaldi sino all’estate 1864 confermarono il loro appoggio ai moti, ma chiesero in cambio un chiaro segnale dai patrioti veneti, trentini e friulani. Garibaldi dichiarò: appena cominciate sarò con voi.

Cairoli, Benedetto: rara minuta autografa di ben 7 pagine di una importante lettera indirizzata nel 1865 a Giuseppe Mazzini, in risposta alla precedente.

(…) Oggi soltanto ho ricevuto la vostra cara lettera, alla quale non dò lunga risposta nel dubbio che mi giunga dopo la partenza. Ma se dovesse protrarsi la possibilità di un nostro colloquio, vi manderei un pronto rapporto dei lavori del Comitato, onde proverei che tutti miravano all’unico scopo che ha dato origine alla sua istituzione. (…) L’opera malefica degli avversari, la pigrizia diventata norma di governo (…), il morbo dell’egoismo che si diffonde, ci avevano talvolta suscitato difficoltà da alcuni del campo nostro. Ma possono contrastarmi, non scoraggiarmi, (…). Perdonate, o fratello, questo esordio che può parervi superfluo (…). Ed è invece una modesta giustificazione, la leale conferma di una promessa non contraddetta dai fatti. (…) mi pareva utile che s’imprimesse per quanto dipende da noi nella coscienza della moltitudine la necessità, l’urgenza dell’azione. La guerra unica salute – nulla impossibile senza l’iniziativa dei Veneti – gli ajuti imposti al Governo e al paese dalla legge, dalla coscienza, dall’interesse: queste le idee svolte nelle circolari; mai bollettini dai vostri comitati di Sicilia, di Napoli, della Romagna ecc – e perfino in qualche adunanza popolare. Né fu solo lavoro di parola: i processi, le perquisizioni, i sequestri danneggiarono, non soppressero le collette: iniziate, raccomandate da noi. Si è raccolto poco in confronto al bisogno ed al dovere, ma non è un’inezia se si tien calcolo dei pericoli che minacciavano i contribuenti. Quel poco quasi bastava a soddisfare la domanda dei Veneti,- se quelle armi che mandavamo loro non cadevano sotto le ugne del Governo, che vigila conforme all’interesse dell’Austria pauroso com’esso dell’iniziativa popolare. Tutto che abbiamo raccolto – tutto – fu consacrato al Veneto, a preparare l’azione, allo scopo insomma che ci siamo assunti. (…) Io credo, come voi, che sarebbe una sventura, direi quasi una sconfitta per il partito che l’anno trascorresse; e perciò bisogna promuovere l’azione, se è possibile. Ma la possibilità non dipende da noi soli, anche e specialmente dai Veneti: un’iniziativa là dentro è inevitabile; noi possiamo prepararla con tutti i mezzi, ajutarla, non importarla. Ripetere quello che è successo ad Aspromonte sarebbe la peggiore delle sconfitte. Perciò l’iniziativa dell’interno fu l’unica condizione che noi ponessimo all’accettazione dell’incarico. (…) Garibaldi spesse volte, ed anche recentemente in una sua lettera dall’Inghilterra (…). Nella settimana ventura manderemo persona di vostra e nostra piena fiducia risoluta, capace; onde s’intenda con tutti quei centri, il da farsi, il possibile. Non scrivo il nome; potrebbe la lettera smarrirsi. (…) Ottima la proposta di una commissione militare. (…) Vi confesso schiettamente che credo tra i proposti il più sicuro Nicotera; anche perché si è distolto dagli affari e lavora di preparazione; ad esso anzi è continuamente consacrato. Credo anche che non sarebbe bene escludere la più distinta capacità militare dal nostro partito, il Corde. E’ questo il parere anche di Missori. (…)

I Comitati locali persero però tempo nel confermare la data dell’azione prevista per la fine di agosto o per i primi di settembre 1864. Dopo la scoperta da parte della polizia austriaca dei depositi d’armi e dell’intera cospirazione in Trentino e in Veneto, nei patrioti emersero dubbi e ripensamenti. I rappresentanti del Friuli, di Treviso e del Cadore decisero quindi di consultare Garibaldi e Mazzini. Il Generale da Caprera consigliò di rimanere pronti in attesa di un moto in Ungheria, se questo non fosse accaduto, si sarebbero prese nuove decisioni. Mazzini parve convincersi che l’occasione propizia era ormai passata. Nel Bellunese dunque l’azione venne rinviata tempestivamente, mentre in Friuli no. Il 15 ottobre 1864 viene dato vita da comitati locali ad un moto in Friuli confidando nella sollevazione popolare e nel successivo intervento di Menotti, figlio di Garibaldi.

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